Ci sono momenti in cui la storia del calcio decide di sterzare bruscamente, lasciando dietro di sé una scia di "sliding doors" che continuano a solleticare la fantasia di tifosi e addetti ai lavori. Per capire il presente del Napoli, e soprattutto per provare a indovinarne il futuro, bisogna riavvolgere il nastro e tornare a quel grigio novembre. Il Napoli cade in Emilia contro il Bologna e Antonio Conte, visibilmente scosso, si presenta ai microfoni per suonare le campane a morto del progetto azzurro. "Non voglio accompagnare il morto", scandisce il tecnico salentino. Una frase che gela l'ambiente, l'epitaffio precoce su una stagione che sembrava già scivolare verso il baratro delle dimissioni.
All'epoca il castello sembrava davvero pronto a crollare. Più che semplici indiscrezioni, l'addio del mister era un'opzione concreta sul tavolo. A spegnere l'incendio, con un colpo di genio da consumato uomo di cinema, ci pensò un Aurelio De Laurentiis in versione inedita: non l'incendiario che getta benzina sul fuoco delle polemiche, ma il pompiere diplomatico che impone al suo allenatore una settimana di ferie. Sette giorni per sbollire, staccare la spina e ritrovare la rotta a Torino. La cura funzionò, la tempesta passò, ma la domanda rimase sospesa nell'aria: se la rottura fosse stata insanabile, chi avrebbe preso il timone?
Le voci più qualificate di quei giorni portavano dritte a Barcellona, sponda Xavi Hernandez. Un matrimonio mancato per un soffio. Ma perché quella che allora fu solo una frenetica idea d'emergenza non potrebbe trasformarsi oggi nella grande suggestione per il nuovo corso?
I tasselli, a guardare bene, si incastrano in modo quasi perfetto. Il Napoli si appresta a vivere l'anno del suo Centenario, una ricorrenza storica che De Laurentiis non può e non vuole celebrare sottotono. Serve un profilo di respiro internazionale, un nome che dia lustro al brand e che, allo stesso tempo, riaccenda l'entusiasmo tattico della piazza. Xavi incarna tutto questo. È l'integralista del 4-3-3, lo spartito geometrico che a Napoli ha scritto le pagine più belle e vincenti dell'era recente e che i tifosi considerano una sorta di manifesto dogmatico.
Non solo: il tecnico catalano ha l'appeal mondiale necessario per attrarre grandi campioni all'ombra del Vesuvio, ma possiede anche quel coraggio, già ampiamente dimostrato in Catalogna con i vari Gavi, Pedri e Lamine Yamal, di buttare nella mischia i giovani talenti facendoli diventare pilastri della squadra. Ora che la panchina azzurra si trova nuovamente di fronte a un bivio, con le piste tradizionali che si intrecciano tra rifiuti eccellenti e contratti da rinnovare, l'ombra del catalano torna a farsi affascinante. De Laurentiis ci ha abituato ai colpi di teatro. E se il regista del Centenario arrivasse proprio da Barcellona?