Avellino

 Avvocato, professionista stimato e figura impegnata da anni nel tessuto civile e sociale del territorio, Claudio Mauriello propone una visione della politica fondata su legalità, prossimità amministrativa, cultura della responsabilità e rispetto delle istituzioni. Una riflessione che tiene insieme concretezza amministrativa, profondità umana e una forte attenzione alle famiglie, ai giovani e al futuro della comunità avellinese.

- Avv. Mauriello, perché ha scelto di candidarsi proprio ora, in un momento così delicato per Avellino?

"Perché ci sono stagioni in cui restare semplici osservatori diventa una comodità che non ci si può concedere. Io vengo da una professione che mi ha insegnato il peso delle decisioni, la serietà delle procedure, la responsabilità delle parole.  Ho imparato che il diritto, quando è vissuto bene, non è un’astrazione: è protezione della persona, tutela della comunità, difesa della credibilità delle istituzioni. Oggi Avellino ha bisogno esattamente di questo: non di un protagonismo rumoroso, ma di un supplemento di serietà, di misura, di coscienza civile. Ho scelto di mettermi a disposizione perché amo questa terra e perché credo che il servizio, quando è autentico, debba assumersi il rischio della concretezza".

- Che cosa l’ha convinta della proposta di Laura Nargi?

"Mi ha convinto il fatto che non sia un catalogo di promesse, ma un’architettura di governo. Nel programma di Laura Nargi c’è una città pensata come sistema: partecipazione, quartieri, innovazione amministrativa, mobilità, rigenerazione urbana, welfare, cultura, ambiente, legalità. Mi convince l’idea che Avellino non abbia bisogno di slogan episodici, ma di una direzione chiara e verificabile; mi convince il tentativo di passare dalla manutenzione emergenziale a una cura programmata; mi convince, soprattutto, il rifiuto del personalismo come criterio di amministrazione. Una città cresce quando chi la governa ascolta, decide e poi rende conto.  Questo, per me, è il discrimine vero".

-Perché dentro la lista “Fratelli di Avellino”?

"Per una ragione molto semplice: credo che la politica debba tornare ad avere un profilo riconoscibile e una scala valoriale esplicita. “Fratelli di Avellino” porta nel suo stesso simbolo due parole decisive: merito e valori.  E dietro quelle parole io leggo una postura precisa: rispetto per il lavoro, primato della competenza, rifiuto dell’opacità, centralità della comunità, trasparenza delle istituzioni. Più in generale, mi riconosco in una cultura politica che tiene insieme libertà, giustizia, solidarietà sociale, merito e radicamento identitario, senza rinunciare né alla dimensione nazionale né al senso europeo dell’appartenenza. La chiarezza, in politica, è una forma di rispetto verso i cittadini".

- Da avvocato, qual è la prima urgenza amministrativa che lei vede?

"La prima urgenza è ristabilire un nesso limpido fra decisione pubblica e fiducia dei cittadini. Senza fiducia, anche il miglior progetto diventa sospetto; senza procedure credibili, perfino le opere giuste perdono forza morale e consenso. Ecco perché considero centrali la trasparenza, la corretta gestione dei fondi, il risanamento delle partecipate, la capacità di dire con chiarezza chi fa cosa e in quali tempi. La politica non può vivere di improvvisazione. Deve darsi metodo, regole, responsabilità verificabili. In questo senso, trovo molto significativa l’idea di strumenti civici capaci di consentire ai cittadini di monitorare obiettivi, scadenze e risultati.  La fiducia, oggi, passa anche dalla tracciabilità morale dell’azione amministrativa".

- Se le chiedo tre nodi concreti — ACS, ferrovia, ex Isochimica — lei da dove partirebbe?

"Partirei dalle persone. Su ACS non si può ragionare con freddezza notarile, come se avessimo davanti soltanto una partita contabile: ci sono lavoratori, famiglie, servizi essenziali, un pezzo della credibilità del Comune. Sulla ferrovia servono parole misurate ma ferme. Non si può chiedere a una città di immaginarsi attrattiva, universitaria, produttiva e connessa se resta prigioniera di ritardi che la lasciano senza un servizio ferroviario degno del suo ruolo. E sull’ex Isochimica il compito è ancora più alto. Trasformare una ferita storica in un luogo di memoria, lavoro, formazione e rigenerazione è insieme un atto urbanistico e un dovere morale".

- Nel vostro programma c’è un’idea molto forte di cultura come leva di sviluppo. In questo quadro si inserisce anche la proposta della scuola di cinematografia sperimentale ad Avellino.  Che significato avrebbe per la città?

"Io credo che una città capoluogo non debba accontentarsi di eventi effimeri: debba costruire istituzioni, competenze, futuro. La scuola di cinematografia all’Ex Eliseo avrebbe precisamente questo significato: unire cultura e lavoro, bellezza e filiera produttiva, formazione alta e radicamento territoriale. Per questo considero decisiva la piena formalizzazione e la trasparenza del percorso istituzionale avviato con il Ministero della Cultura. Le idee serie chiedono atti limpidi, responsabilità condivise e coerenza amministrativa. Ed è qui che emerge una contraddizione politica molto evidente: mentre la Regione Campania, amministrata dal campo largo, negava ad Avellino, riferimento delle aree interne, il sostegno a un progetto strutturale capace di creare opportunità permanenti per i giovani irpini, abbiamo assistito alla pubblicazione da parte dei politici regionali di centrosinistra, del Piano per la promozione culturale, il tutto a ridosso della campagna elettorale. Io credo che la cultura non possa ridursi a una mancetta elettorale travestita da politica pubblica, né essere piegata a logiche clientelari o a calendari che sono più finalizzati alla ricerca del facile consenso che alla reale programmazione. La cultura deve essere libertà, crescita, elevazione sociale. Da padre di un bimbo di sei anni, sento questo tema in modo ancora più profondo. Ogni ragazzo costretto a partire per mancanza di opportunità è una sconfitta civile; ogni talento trattenuto qui, con merito, è un investimento generativo per i bambini di oggi, donne e uomini di domani.

- Lei parla spesso con toni pacati. In un tempo di ruvidezza verbale, la gentilezza non rischia di essere scambiata per rassegnazione?

"No, se è vera gentilezza. La gentilezza non è arrendevolezza, è disciplina interiore. È la scelta di non umiliare l’avversario, di non confondere il conflitto con il disprezzo, di non ridurre la politica a un teatro dell’aggressività. Io credo che una città ferita, affaticata, divisa, abbia bisogno di parole ferme ma non violente, di posizioni chiare ma non rancorose. Se la politica, in senso alto, è custodia del bene comune, allora il linguaggio non è un dettaglio: è già amministrazione della convivenza. Essere gentili significa essere abbastanza forti da non dover gridare per esistere".  

- E allora che cos’è, per lei, la leadership?

"La leadership è l’arte difficile di assumersi il peso delle decisioni senza smarrire il rispetto per le persone. È ascolto, ma non esitazione permanente.  È fermezza, ma non durezza esibita.  È la capacità di tenere insieme direzione e prossimità, visione e quotidiano. In questi anni ho conosciuto contesti diversi — il foro, la consulenza, il mondo sportivo, l’associazionismo — e in tutti ho imparato la stessa lezione: guidare non vuol dire occupare il centro della scena, ma mettere un gruppo nelle condizioni di esprimere il meglio di sé e di riconoscersi in un orizzonte comune. L’autorevolezza vera non cerca applausi immediati; cerca risultati duraturi e relazioni affidabili".

- In questa campagna il tema della paternità è molto presente. Che cosa le ha insegnato, da padre di un bimbo di sei anni, il guardare la città con gli occhi di un bambino?

"Mi ha insegnato che la politica, quando è vera, si misura dal basso. Si misura all’altezza di un marciapiede, dalla sicurezza di un attraversamento, dalla qualità dell’aria che respiriamo, dal verde che offriamo ai nostri figli, dal tempo che una madre o un padre impiegano per accompagnarli a scuola, dalla serenità con cui un bambino può abitare uno spazio pubblico. Toto ha sei anni, e da quando il mondo passa ogni giorno anche attraverso il suo sguardo, sento ancora più forte una responsabilità: lasciare ai bambini di oggi una città più ordinata, più giusta, più vivibile, più educante. Uno psicologo parlerebbe di generatività. Io preferisco dirlo con parole più semplici: diventare adulti significa smettere di pensare soltanto a sé stessi. E in una provincia che perde popolazione e registra una natalità così fragile, parlare di padri e figli non è privatismo, è politica del futuro.

- Come immagina Avellino fra cinque anni, se questo progetto dovesse affermarsi?

"La immagino come una città che smette di pensarsi per compartimenti stagni e ricomincia a riconoscersi come destino comune. Una città con quartieri non più divisi fra serie A e serie B; con un Piano urbanistico che difenda il suolo e rigeneri l’esistente; con Borgo Ferrovia restituito alla sua centralità; con il Parco del Fenestrelle come grande spina verde urbana; con la Dogana, il Victor Hugo e il Casino del Principe finalmente dentro una strategia culturale e non affidati all’episodio. Una città con servizi sociali di prossimità, attenzione alle fragilità, sport come educazione e non soltanto agonismo, impresa semplificata e giovani messi nelle condizioni di restare. In una parola: una città più degna di sé stessa".

- Che cosa chiede, in conclusione, agli avellinesi?

"Chiedo di giudicarci con severità, ma senza cinismo. Chiedo di guardare alle persone, ai percorsi, ai contenuti e allo stile. Chiedo di scegliere chi prova a tenere insieme identità e rispetto, concretezza e pensiero, prossimità e visione. Avellino non ha bisogno di essere blandita; ha bisogno di essere amata seriamente. E amare seriamente una città significa volerle bene anche quando le si dice la verità, anche quando si rifiutano scorciatoie, anche quando si invita una comunità intera a un salto di maturità. Io credo che viviamo un tempo che abbia bisogno di meno rumore e più sostanza, di meno vanità e più coscienza, di meno tattica e più futuro".

- Grazie 

"A lei".