Il 30 marzo l'arresto. Il carcere. Poi la scelta di collaborare con la Procura. Di rispondere alle domande. Alle tante domande. Deve averlo fatto in modo evidentemente esaustivo. Al punto da far ritenere attenuati le esigenze cautelari ed il pericolo di inquinamento probatorio.
E' il 19 maggio, Gennaro Santamaria, ex dirigente del Comune, lascia una cella a contrada Capodimente e torna a casa. Ai domiciliari. Mentre un'intera città si chiede quali saranno le conseguenze dei cinque interrogatori ai quali si è sottoposto, assistito dagli avvocati Andrea De Longis e Antonio Di Santo, con il procuratore Nicola D'Angelo, l'aggiunto Gianfranco Scarfò ed il sostituto Maria Colucci..
E' l'inizio del countodwn: un conto alla rovescia, se davvero è scattato, per capire chi saranno coloro che saranno eventualmente chiamati in causa dalle sue parole dopo i dovuti riscontri. Quanti risulteranno invischiati in una presunta ragnatela di interessi, nel presunto sistema che si sospetta albergasse a Palazzo Mosti.
Il ragionamento è banale: se Santamaria ha realmente concusso un geometra, amministratore di una società di progettazione, pretendendo 70mila euro per sbloccare alcune pratiche edilizie, o si tratta di un episodio isolato, oppure ce ne sono tanti altri. Sembrano spingere in questa direzione gli elementi che gli inquirenti potrebbero forse aver acquisito prima del fermo di Santamsria in flagranza di reato, e quelli che sono stati offerti ai carabinieri dal sequestro di fogli e pen drive zeppi di nomi, lavori e cifre.
Serve tempo per i necessari accertamenti, un sospetto non basta, meglio ripeterlo. Nel frattempo, come sempre in occasione di inchieste che investono la pubblica amministrazione, si sprecano voci, indiscrezioni e suggestioni. Gli interrogativi si rincorrono, tutti sembrano saperne una più del diavolo. Beati loro: in fondo, 'spararle grosse' è gratuito e può farlo chiunque. Anche chi, magari, farebbe invece bene a stare zitto perchè non è un 'modello di virtù'.