Duplice femminicidio di Pollena Trocchia. Il giudice: "donne trattate come oggetti"
Meta Description: Il giallo di Pollena Trocchia e la difesa di Mario Landolfi: «Non sono un mostro». Ma per il GIP le vittime sono state trattate come oggetti senza valore.
C’è un abisso tra l’immagine che Mario Landolfi ha voluto offrire di sé al giudice e la brutale realtà impressa nelle carte dell'inchiesta. «Non sono un mostro. Sono sempre stato una persona generosa e un padre di famiglia», ha accennato l'uomo di 48 anni prima di essere condotto nuovamente nella sua cella.
Una dichiarazione spontanea, un tentativo disperato di ripulire una coscienza macchiata dal sangue di Lyuba, 49 anni, e Sara, 29 anni, strappate alla vita tra il 16 e il 17 maggio. Per farlo, Landolfi ha scelto la più classica delle scorciatoie retoriche: la colpa è della droga, dei farmaci, di un blackout della memoria. «Non sono questa persona qui», ha detto. Ma la risposta della giustizia, arrivata attraverso l'ordinanza della giudice Giusi Piscitelli, smonta pezzo dopo pezzo questa narrazione, svelando quella che si potrebbe definire la pura banalità del male.
Lo specchio deformante della normalità
Dietro la facciata del "padre di famiglia" si nasconde l'orrore di un doppio femminicidio consumato con una freddezza che raggela. Landolfi ha confessato di aver lanciato le due donne dal secondo piano di quel palazzo incompiuto in viale Italia, a Pollena Trocchia. Uno scheletro di cemento, simbolo di un contenzioso giudiziario lungo trent'anni, diventato lo scenario perfetto per un predatore.
La tesi dell'incidente, della colluttazione finita in tragedia, è stata rigettata con fermezza dalla magistratura. La giudice Piscitelli ha definito «del tutto inverosimile» la versione dell'indagato. L’ipotesi investigativa, drammaticamente più lineare, tratteggia uno scenario inquietante: Landolfi avrebbe condotto le due donne in quel luogo isolato con la deliberata intenzione di pretendere un rapporto sessuale senza pagare, pronto a ucciderle al loro primo rifiuto.
Le parole del GIP nell'ordinanza: Le vittime sono state trattate come «un oggetto la cui vita non vale nulla». È in questo passaggio che l'inchiesta giudiziaria si trasforma in denuncia sociale: l'oggettivazione totale del corpo femminile, la svalutazione della vita di chi esercita la prostituzione, considerata sacrificabile per pochi euro.
L'ombra del serial killer interrotta dal civismo
Le modalità dei delitti - stessa dinamica, stesso luogo, a sole 24 ore di distanza - proiettano inevitabilmente l'ombra della serialità. Uno schema ripetitivo che la Procura di Nola, sotto la guida del procuratore Marco De Gaudio e della PM Martina Salvati, intende approfondire con estrema accuratezza. Se questa scia di sangue si è fermata, il merito va alla parte sana di quel territorio. Due coppie di ragazzi, insospettite nel vedere Landolfi entrare nel palazzo con una giovane donna (che teneva lo sguardo basso) e uscire solo venti metri dopo, hanno allertato i carabinieri. Un gesto di straordinario civismo che ha permesso di stringere le manette attorno ai polsi del quarantottenne prima che il contatore delle vittime potesse tragicamente aggiornarsi.
Mario Landolfi resta in carcere. Le aggravanti dei motivi abietti e futili reggono l'impianto accusatorio. Al di là dei verbali, resta il ritratto di una società in cui una scusa basata sulla droga o sulla "normalità" familiare non può basare l'impunità per aver considerato due donne come merce a perdere.