GERUSALEMME – L’esercito israeliano respinge ogni accusa di violenze durante il blocco della Flotilla diretta verso Gaza. Dopo giorni di polemiche e le testimonianze degli attivisti fermati in mare, le Israeli Defence Forces prendono per la prima volta posizione ufficialmente, sostenendo che le operazioni si siano svolte “nel rispetto delle procedure vincolanti” e senza episodi di abuso attribuibili ai soldati.

La vicenda riguarda l’intercettazione delle imbarcazioni umanitarie avvenuta in acque internazionali, il successivo trasferimento degli equipaggi verso il porto di Ashdod e poi nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev. Secondo la versione fornita dall’Idf, gli ordini impartiti ai militari prevedevano “un trattamento rispettoso e appropriato” nei confronti dei partecipanti alla missione.

Lo scaricabarile tra apparati

Le parole dell’esercito arrivano dopo che anche il Servizio penitenziario israeliano aveva respinto le accuse di maltrattamenti. In una dichiarazione pubblicata dalla stampa israeliana, l’amministrazione carceraria aveva sostenuto che le immagini delle umiliazioni documentate ad Ashdod riguardassero aree “di competenza dell’Idf e della polizia”.

Un rimpallo di responsabilità che ora coinvolge direttamente anche le unità legate al ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra israeliana e riferimento politico delle forze penitenziarie più dure. Nel mirino finiscono in particolare le guardie dell’unità speciale Nachshon, reparto operativo del Servizio penitenziario incaricato del trasferimento dei detenuti e della gestione delle situazioni considerate ad alto rischio.

I racconti degli attivisti

Le testimonianze raccolte dagli attivisti descrivono però uno scenario molto diverso da quello fornito dagli apparati israeliani. Diversi membri della missione parlano di pestaggi sistematici già durante il trasferimento sulle cosiddette “navi prigione”. Alcuni raccontano di essere stati trascinati in un container buio, ribattezzato “panic room”, dove sarebbero avvenuti pugni, calci, scariche elettriche e molestie.

Secondo fonti consultate da Repubblica, il ponte dove si trovavano i container sarebbe stato sotto la responsabilità di un’unità speciale del Servizio penitenziario. Un dettaglio che rafforza i sospetti sul coinvolgimento diretto delle guardie legate all’apparato controllato politicamente da Ben-Gvir.

La pressione internazionale

La vicenda rischia ora di aprire un nuovo fronte diplomatico per il governo di Benjamin Netanyahu, già sotto pressione internazionale per la gestione della guerra a Gaza e per le accuse sulle condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

Le organizzazioni per i diritti umani chiedono un’indagine indipendente sull’intercettazione della Flotilla e sul trattamento riservato agli attivisti durante la detenzione temporanea. L’Idf, dal canto suo, sostiene che “qualsiasi denuncia concreta sarà esaminata approfonditamente”, ma al momento nega di avere riscontri su violazioni commesse dai militari.