Nuove storie dal web, il mio Far Web, idea tanto voluta da essere evaporata, svanita. In origine una rubrica, forse un format. Parafrasi di Far West, ma anche qualcosa di più. Il web come frontiera, prateria senza sceriffo, dove le idee corrono più veloci del giudizio. Poi ho scoperto che quel marchio era stato depositato a Milano da qualcuno che forse aveva intuito la stessa metafora. Ma il titolo, anche se non più disponibile, continua a sembrarmi necessario. Mai come oggi popoliamo una terra digitale dove tutto si accumula, si moltiplica, si prolunga, e proprio per questo rischia di perdere misura.
Tre interventi recenti, diversi tra loro, sembrano comporre un unico discorso.
Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, riflettendo sul mito dell’accumulo, pone una domanda semplice e devastante: siamo davvero ricchi perché possediamo più cose? La vera differenza dell’Homo sapiens, suggerisce, non sarebbe l’intelligenza, né la capacità di comunicare o fabbricare strumenti, ma la velocità con cui consuma oltre il necessario.
È una provocazione che colpisce al cuore la nostra civiltà. Abbiamo trasformato il superfluo in destino, il possesso in identità, l’eccesso in parametro del successo. Un secondo contributo: una bella intervista ad Alain de Benoist - scrittore, filosofo e giornalista francese, fondatore della Nouvelle Droite - sul sovrappopolamento, sposta il problema dal possesso al numero. Se tutto cresce (popolazione, bisogni, consumi, rifiuti, città, migrazioni, conflitti), il mondo non diventa automaticamente più umano. Può diventare più stretto, più duro, più invivibile. Il punto non è ridurre gli uomini a eccedenze demografiche. Il punto è un altro: quando il numero diventa assoluto, l’uomo scompare; diventa massa, dato, costo, pressione statistica, e non più volto, storia, destino.
Il terzo contributo, dedicato da Cristina Ravanelli sul Corriere della Sera alla longevità e alle generazioni che oggi abitano il mondo, aggiunge un ulteriore tassello: vivere più a lungo non significa, da solo, vivere meglio. La longevità comincia da piccoli, negli stili di vita, nell’alimentazione, nel movimento, nelle relazioni, nell’ambiente, nell’educazione alla salute. È una prospettiva preziosa, perché sottrae la durata della vita alla retorica del miracolo biologico e la restituisce alla responsabilità sociale. Ma resta la domanda decisiva: che cosa ce ne facciamo di anni aggiunti, se non sappiamo aggiungere salute, senso, giustizia, cura, equità? Accumulo, sovrappopolamento, longevità, tre parole diverse per un’unica vertigine della quantità. Più cose, più uomini, più anni. Ma il “più” non è ancora il “meglio”. Può essere progresso (medicina, igiene, conoscenza, sicurezza), ma può anche diventare la forma più sofisticata dello smarrimento. Avere tutto e non sapere che cosa conta, essere tanti e non riconoscersi, vivere a lungo e non abitare davvero la propria vita.
Qui il pensiero antico torna meno antico di quanto sembri.
Protagora diceva che l’uomo è misura di tutte le cose. Formula spesso letta come relativismo, ma che oggi può essere intesa come ammonimento. Nessuna tecnica, economia, demografia o medicina ha valore se smette di misurarsi sull’umano. E Schopenhauer avrebbe visto nell’accumulo moderno la maschera malinconica della volontà.
Desideriamo, otteniamo, ci stanchiamo, desideriamo ancora, ma il possesso non placa, rilancia. L’abbondanza non consola, piuttosto inquieta. La vera questione, allora, non è essere contro la ricchezza, contro la vita, contro la scienza, contro il futuro. Sarebbe una caricatura. La questione è impedire che ricchezza, vita, scienza e futuro diventino idoli senza volto. Non è l’accumulo a fare ricco l’uomo, non è il numero a fare giusta una civiltà, non è la durata biologica a fare piena un’esistenza. Tutto diventa valore solo se resta ordinato a una misura superiore: la dignità della persona, il limite del mondo, l’equità tra chi ha troppo e chi non ha nulla.
Il Far Web in cui siamo immersi amplifica ogni cosa: notizie, paure, desideri, consumi, promesse di immortalità, profezie di catastrofe. Ma forse proprio in questa prateria digitale dobbiamo tornare a una domanda elementare: a che cosa serve crescere, possedere, durare, se nel frattempo perdiamo l’uomo? Forse aveva ragione Protagora. Ma oggi quella frase va rovesciata in ammonimento. Quando l’uomo smette di essere misura, tutto cresce - le cose, i numeri, gli anni - tranne l’umano. E allora non saremo più ricchi, né più numerosi, né più longevi, saremo soltanto più soli dentro un nuovo mondo, diventato distante, e perciò meno abitabile.