Napoli

Alle 18, al Maradona, Napoli-Udinese non era soltanto l’ultima partita di campionato. Sarebbe stata, con ogni probabilità, anche l’ultimo giro di valzer di Antonio Conte sulla panchina azzurra. E allora, prima che partano i violini, conviene dirla senza trombe e senza tamburi: "Grazie, mister, ma anche arrivederci! Ma, per carità, che non ci capiti di ritrovarci di nuovo dalla stessa parte."

Conte ha avuto molti pregi, nessuno lo nega. Ha restituito disciplina, ferocia, mentalità, perfino "quella faccia un po’ così" che nel calcio moderno, tra algoritmi e conferenze stampa profumate di soldi più che d'erba, ancora fa curriculum. Però i pregi non cancellano i difetti. E i suoi, pochi ma ben piazzati, hanno spesso occupato più spazio dei tre centrali in area.

Il primo è antico: Conte entra in una società come chi entra in salotto con gli scarponi. Chiede, pretende, alza l’asticella, sposta i mobili, cambia le tende, poi se il vaso cade guarda il pavimento. La malasorte, gli arbitri, il calendario, gli infortuni, il mercato, la luna in opposizione: tutti colpevoli, tranne lui. E invece chi guida un gruppo dovrebbe fare il contrario. Esaltare gli altri, proteggere i suoi, ammettere un errore ogni tanto. Non dico molti: uno, giusto per beneficenza.

Il secondo riguarda il progetto, parola che nel calcio italiano viene pronunciata più spesso di quanto venga praticata. Noa Lang è stato scelto per fare l’esterno, poi si è scoperto che l’esterno, nel modulo del mister, era una figura mitologica, come il centauro o il terzino destro di piede destro. Risultato: un giocatore preso per una funzione che non esisteva più, o forse non era mai esistita davvero.

Il terzo è il conto finale. De Laurentiis, che pure non è San Francesco con il portafoglio, ha aperto la cassaforte: circa duecentocinquanta milioni di euro tra acquisti, scommesse, rincalzi, equivoci tattici, giocatori inutilizzati, non valorizzati o già consegnati all’infermeria. Poi, quando si è trattato di immaginare un futuro meno faraonico e più sostenibile, Conte ha guardato il presepe e ha deciso che mancava l’oro dei Magi.

Perciò oggi si saluta. Con educazione, perché il calcio non deve essere rancore permanente. Con riconoscenza, perché qualcosa di buono è stato fatto. Ma anche con sollievo, perché Napoli ha bisogno di allenatori che costruiscano, non solo che consumino entusiasmo e budget. Buona fortuna, mister. Di cuore. Ma lontano dal Golfo, molto, moltissimo lontano. E senza lasciare il conto sul tavolo ad altri, come al solito, eh.