Si riaccende il fronte mediorientale e torna a salire il rischio di un’escalation regionale dopo il nuovo stallo nei negoziati tra Iran e Stati Uniti. L’assenza di una fumata bianca sull’intesa proposta da Washington ha coinciso con un’improvvisa intensificazione delle operazioni militari israeliane tra Libano, Striscia di Gaza e Golfo Persico.
Secondo quanto riferito da Beirut, nelle ultime 24 ore almeno 31 persone sarebbero morte nei raid dell’Idf nel sud del Libano, mentre decine risultano ferite. Le operazioni di terra israeliane si sono estese oltre la linea di sicurezza definita dalla tregua armata, con combattimenti ravvicinati contro le milizie sciite di Hezbollah, sostenute da Teheran.
L’esercito israeliano sostiene di aver risposto a una massiccia offensiva con droni lanciati verso il nord di Israele. Gli attacchi hanno colpito infrastrutture considerate strategiche per Hezbollah, inclusi depositi e postazioni operative.
Gaza sotto attacco
Nuovi raid hanno colpito anche la Striscia di Gaza, dove secondo fonti israeliane sarebbe stato ucciso un importante comandante dell’ala militare di Hamas. L’operazione rientrerebbe nella strategia di eliminazione mirata dei vertici dell’organizzazione palestinese.
Nella notte tra lunedì e martedì, inoltre, gli Stati Uniti hanno confermato di aver colpito “per autodifesa” un sito per il lancio di missili nel sud dell’Iran. Washington avrebbe anche attaccato unità navali dei Pasdaran che tentavano di posizionare mine nello stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico energetico mondiale.
Da Teheran è arrivata una risposta dura. Il vicecapo politico dei Guardiani della Rivoluzione, Mohammad Akbarzadeh, ha dichiarato che le possibilità di una nuova guerra sarebbero “basse”, ma ha aggiunto che le forze armate iraniane sono “pronte e con i depositi pieni”.
Più aggressivo il tono dell’esponente ultraconservatore Ahmad Khatami, membro del Consiglio dei Guardiani, che durante le celebrazioni per l’Eid al-Adha ha accusato il presidente americano Donald Trump di voler ottenere “la resa dell’Iran” e non un vero negoziato.
Il nodo Hormuz e la pressione Nato
L’attenzione internazionale resta concentrata sullo stretto di Hormuz, dove il rischio di incidenti militari continua a crescere. Le mine navali rappresentano una delle minacce più serie per la sicurezza della navigazione commerciale e per il mercato energetico globale.
In questo quadro, la Marina militare italiana starebbe valutando l’eventuale invio di quattro navi nell’area del Golfo per garantire la sicurezza delle rotte marittime.
Intanto gli Stati Uniti hanno comunicato agli alleati della Nato una revisione delle proprie capacità militari dispiegate all’estero, parlando di “drastici tagli” che riguarderebbero anche caccia e sottomarini.
La decisione viene interpretata da diversi osservatori come un tentativo di redistribuire risorse verso il quadrante indo-pacifico e mediorientale, ma rischia di aumentare le preoccupazioni europee sulla tenuta della sicurezza comune.
L’appello del Papa
Sul piano diplomatico e umanitario cresce la pressione internazionale per fermare il conflitto. Il Papa ha lanciato un nuovo appello affinché “siano rispettati i diritti umani di tutti”, facendo riferimento sia alla popolazione civile palestinese sia alle vittime dei bombardamenti in Libano.
Nelle stesse ore è tornata al centro dell’attenzione anche la questione della Flotilla diretta verso Gaza, simbolo della mobilitazione internazionale contro il blocco della Striscia.
La crisi resta aperta su più fronti e l’assenza di progressi concreti nei colloqui tra Washington e Teheran continua ad alimentare il timore di un conflitto sempre più esteso.