Un attacco informatico, pochi giorni di blocco e oltre 100mila euro di danni. Non è uno scenario lontano, ma una realtà raccontata recentemente nel servizio andato in onda su Le Iene, che ha riportato al centro dell’attenzione il tema della sicurezza digitale nelle imprese italiane.
vedi servizio de LE IENE
Nel servizio, un imprenditore ha visto la propria attività fermarsi improvvisamente a causa di un attacco hacker. A colpire, oltre al danno economico, è stata una frase attribuita all’autore dell’intrusione:
“Entrare è stato più facile del previsto.”
Un’affermazione che riassume in modo netto una criticità spesso sottovalutata, soprattutto dalle piccole e medie imprese.
Un problema più diffuso di quanto si pensi
Gli attacchi informatici non riguardano più soltanto grandi aziende o multinazionali. Negli ultimi anni, il cybercrime ha spostato sempre più l’attenzione verso le PMI, considerate bersagli più accessibili per via di difese meno strutturate.
Tra le vulnerabilità più comuni: assenza di sistemi di autenticazione avanzata, backup non verificati o non aggiornati, scarsa formazione del personale sui tentativi di phishing, mancanza di monitoraggio continuo dei sistemi.
A questo si aggiunge un errore di percezione diffuso: molte aziende ritengono di non essere un obiettivo interessante, quando in realtà rappresentano una delle categorie più colpite.
Il contesto locale: Campania e imprese esposte
Il fenomeno riguarda anche il tessuto imprenditoriale locale. In Campania, dove il sistema economico è fortemente composto da piccole e medie imprese, il tema della sicurezza informatica resta spesso in secondo piano rispetto ad altre priorità operative.
Eppure, oggi più che mai, la continuità aziendale dipende dalla tenuta dei sistemi digitali: gestionale, email, accessi remoti, archivi clienti. Un’interruzione, anche di poche ore, può tradursi in perdite economiche significative e danni reputazionali.
L’esperto: “Il vero problema è accorgersene troppo tardi”
Abbiamo approfondito il tema con l’amministratore delegato di Soft Tecnology, Danilo Pedata, realtà attiva da anni nel settore IT e nella sicurezza informatica per le imprese.
Le PMI sono davvero così esposte agli attacchi informatici?
“Assolutamente sì. Spesso non perché siano prese di mira in modo diretto, ma perché risultano più facili da colpire. È una questione di opportunità: meno difese significa maggiore probabilità di accesso.”
Qual è l’errore più comune che riscontrate nelle aziende?
“Pensare che un antivirus sia sufficiente. Oggi la sicurezza è un sistema complesso: serve protezione degli accessi, backup affidabili, monitoraggio e soprattutto consapevolezza interna.”
Quanto può costare realmente un attacco informatico?
“Molto più di quanto si immagini. Anche poche ore di fermo possono significare migliaia di euro persi. Se poi si aggiunge la perdita di dati o l’impossibilità di lavorare per giorni, il danno cresce rapidamente.”
Cosa dovrebbe fare subito un imprenditore?
“Il primo passo è capire il proprio livello di esposizione. Senza una fotografia chiara della situazione, è impossibile intervenire in modo efficace.”
Consapevolezza e prevenzione
Se da un lato gli attacchi informatici sono in crescita, dall’altro aumenta anche la necessità di strumenti semplici per valutare il proprio livello di sicurezza.
Negli ultimi mesi, diverse realtà del settore hanno iniziato a proporre analisi preliminari e test di valutazione del rischio, utili per fornire alle aziende una prima indicazione sul proprio grado di protezione e sulle eventuali criticità.
Si tratta di strumenti che, in pochi minuti, permettono di ottenere una panoramica chiara delle vulnerabilità presenti e di comprendere l’impatto potenziale di un’interruzione operativa.
Un tema che non può più essere rimandato
Il caso raccontato in televisione rappresenta solo uno dei tanti episodi che ogni giorno coinvolgono aziende di ogni dimensione. La differenza, spesso, non sta nel “se” un attacco può avvenire, ma nel “quanto si è preparati” ad affrontarlo.
Per le imprese, oggi, la sicurezza informatica non è più un’opzione tecnica, ma una componente strategica della propria attività.
E la consapevolezza, come sottolineano gli esperti, resta il primo vero strumento di difesa.