Napoli

 

L’inchiesta sul duplice omicidio di Pollena Trocchia si arricchisce di un capitolo inquietante che cambia e aggrava  il profilo criminale dell'indagato. Non più una lite legata a prestazioni sessuali, ma una feroce e lucida scia di rapine condotta da un predatore, forse sotto l'effetto di cocaina. La svolta arriva da due elementi convergenti: il racconto drammatico di una terza donna sfuggita per miracolo alla morte e i primi esiti ufficiali dell'autopsia sul corpo delle vittime.

Il racconto di Karen: «Coltello alla gola dopo i due delitti»

Gli inquirenti della Procura di Nola - coordinati dal procuratore Marco Del Gaudio, dall’aggiunto Giuseppe Cimmarotta e dalla PM Martina Salvati - sono arrivati a lei seguendo una traccia precisa: una borsa da donna nera ritrovata accanto all'auto di Mario Landolfi. Quel referto non apparteneva né a Sara né a Lyuba. Era di Karen (nome di fantasia), una trentenne nigeriana aggredita la notte di domenica, pochissimo tempo dopo il secondo femminicidio.

La testimonianza shock a Repubblica: «Mi ha preso la borsa e puntato il coltello alla gola. Allora sono scappata, lui mi è corso dietro, poi è arrivata una donna in auto. Mi ha visto, ha abbassato il finestrino e ha gridato: “Cosa sta succedendo?”. Per fortuna, anche grazie al suo intervento, sono riuscita a fuggire. Ma sono rimasta chiusa in casa per quattro giorni. Avevo paura di incontrare nuovamente quell’uomo». Il destino di Karen fotografa la serialità dell'azione di Landolfi: tre aggressioni brutali in pochissime ore. Due donne sono finite nel vuoto, la terza si è salvata solo grazie all'intervento di un'automobilista di passaggio.

L'autopsia sui due corpi 

I primi esami medico-legali eseguiti sulle salme di Sara Tkacz (29 anni) e Lyuba Hlyva hanno restituito un dato oggettivo che smantella la prima confessione di Landolfi: le due donne non avrebbero avuto rapporti sessuali prima di morire. Questo dettaglio scientifico sposta il baricentro dell'inchiesta: il quarantottenne non avrebbe agito al culmine di una lite sul prezzo della prestazione, ma avrebbe adescato e aggredito le vittime probabilmente per rapinarle dei pochi spiccioli in loro possesso per poi disfarsi dei corpi lanciandoli nel vuoto.

Il giallo della linea temporale

Il secondo elemento che fa vacillare la versione del killer riguarda la figura di Lyuba. La donna aveva 71 anni (e non 49, come emerso nelle prime ore successive al ritrovamento) ed era una madre e nonna amatissima. Non solo: secondo quanto rivelato da un'amica della vittima alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, la settantunenne ucraina lavorava come badante e avrebbe prestato servizio proprio in casa dello stesso Landolfi.

C’è poi un vistoso contrasto sugli orari del delitto. Landolfi ha dichiarato di aver ucciso Lyuba nella notte di sabato 16 maggio. Ma il figlio della donna (militare ucraino che sta rientrando dal fronte per i funerali) e un'amica hanno mostrato contatti telefonici che dimostrerebbero che Lyuba era ancora viva nel primo pomeriggio di domenica. Se i dati telefonici venissero confermati, significherebbe che le due donne sono state uccise a pochissima distanza temporale l'una dall'altra nella stessa giornata, amplificando la ferocia della spedizione criminale di Landolfi.

Si indagano altri casi irrisolti

«Non sono un mostro, ma un padre di famiglia», aveva dichiarato Landolfi al giudice prima di trincerarsi dietro la facoltà di non rispondere. Un silenzio che non ferma il lavoro dei Carabinieri. L'ipotesi che l'uomo possa aver già colpite altre donne in passato, rimaste nel cono d'ombra dell'invisibilità sociale, è tutt'altro che esclusa. I militari stanno passando al setaccio le denunce di rapina e aggressione con modalità analoghe avvenute sul territorio campano negli ultimi mesi.