Si è sfiorata la tragedia sabato mattina nel carcere di Salerno a causa di un incendio appiccato per protesta da una detenuta straniera. Le fiamme hanno interamente avvolto la stanza, costringendo il personale della casa circondariale - coadiuvato dai vigili del fuoco - agli straordinari per evitare che il rogo si propagasse ulteriormente. Il bilancio finale e di 11 agenti della polizia penitenziaria intossicati. Sei sono stati medicati sul posto, altri cinque sono finiti in ospedale per ricevere le cure del caso. Tra questi c'è Beniamino Castelluccio, agente della polizia penitenziaria e consigliere comunale di Pontecagnano Faiano che, attraverso i social, ha raccontato l'inferno vissuto in carcere durante l'incendio.
"Ci sono giorni che ti restano dentro per sempre.
Oggi è uno di quelli.
Dopo trent’anni di servizio, credevo di aver visto tutto. Credevo di essere pronto a qualsiasi cosa. Ma stamattina la realtà mi ha colpito con una forza che non si dimentica.
Erano le 8:10. Avevo finito il turno, mi ero già cambiato, con la testa già a casa. Stavo percorrendo il corridoio della caserma quando all’improvviso è scattato l’allarme generale.
Un suono che ti gela il sangue.
Mi giro… e vedo quel fumo. Nero. Denso. Pesante. Usciva dal reparto transito femminile. In quel momento ho capito che non c’era tempo da perdere.
Ho corso.
Arrivato davanti alla sezione, era già inferno. Il fumo non faceva vedere nulla, bruciava gli occhi, toglieva il respiro. Le stanze erano irraggiungibili. Ma dentro c’erano delle detenute che gridavano e chiedevano aiuto.
Ho indossato i dispositivi di protezione… e sono entrato.
Dentro non c’era nulla. Solo buio. Solo fumo. Zero visibilità. Mi sono fatto strada con una mano sul muro, passo dopo passo, cercando di restare lucido mentre tutto intorno sembrava crollare.
Poi le fiamme. Alte. Violente.
Ma in quei momenti non pensi. Vai avanti e basta.
È lì che capisci davvero cosa significa indossare una divisa.
È lì che il senso del dovere prende il sopravvento su tutto: sulla paura, sulla stanchezza, persino sull’istinto di fermarti.
Sono arrivato alle stanze. Ho aperto i cancelli ho preso le detenute. Le ho portate fuori, una alla volta, lontano da quell’inferno. Ogni respiro era una lotta. Ogni passo una scelta.
Adesso che è finita… adesso che ci penso… mi rendo davvero conto.
Quel reparto non esiste più. È tutto bruciato. Distrutto.
Ma noi siamo qui.
E oggi voglio dire grazie.
Grazie a tutti i colleghi alla comandante che erano con me. Abbiamo condiviso quei momenti e poi anche le ore successive in ospedale: disintossicazione, 4 lavaggi, due ore di ossigeno, un’ora in camera iperbarica e siamo tornati a casa .
Momenti duri, ma affrontati insieme.
E oggi siamo qui, ancora una volta fianco a fianco,
a poter raccontare quello che è successo".