Se c'è qualcosa che non manca nel bagaglio di Kevin De Bruyne, è la grazia. Movenze principesche, sussurri al pallone che, con deferenza, quasi come se obbedisse al padrone, disegna sfumature che non si pensava potessero esistere. Per anni il belga ha rappresentato una delle espressioni più pure del calcio moderno: eleganza, visione, tecnica al servizio della squadra.
Proprio per questo sorprende sentirlo scivolare su parole che sembrano appartenere a un registro diverso dal suo.
"Sono felice per la partenza di Conte". Una frase che lascia perplessi più per il tono che per il contenuto. Ognuno è libero di avere le proprie idee, naturalmente. Ma c'è una differenza tra pensare qualcosa e sentire il bisogno di dirla pubblicamente. E da uno come De Bruyne, abituato a parlare con i piedi molto più che con le dichiarazioni, ci si sarebbe aspettati qualcosa di diverso.
Perché i sassolini dalle scarpe, di solito, li toglie chi ha scarpe consumate, chi ha dovuto percorrere strade accidentate. Non chi, per talento e carriera, ha sempre camminato su tappeti rossi calcistici.
Poi c'è il merito della questione. Le critiche all'atteggiamento difensivo, al 5-4-1, a un calcio giudicato poco spettacolare. Osservazioni legittime, ma che ignorano un particolare non trascurabile: a Napoli il comandante era Antonio Conte.
E Conte, piaccia o meno, non ha mai chiesto il permesso all'estetica per vincere. Con il suo calcio, spesso accusato di essere troppo pragmatico, ha conquistato trofei ovunque sia andato. A Napoli ha riportato lo Scudetto e ha trascinato una squadra reduce da una stagione tormentata fino ai vertici della classifica. In mezzo a tempeste tecniche, ambientali e psicologiche, ha dimostrato ancora una volta che nel calcio conta soprattutto arrivare al porto, non necessariamente navigare con la barca più elegante.
Al netto del sangue blu calcistico di De Bruyne, la realtà era evidente fin dal primo giorno: il progetto aveva un proprietario tecnico ben definito. Bastava dare uno sguardo al curriculum di Conte per capirlo. Diciannove stagioni in panchina, due promozioni in Serie A, cinque Scudetti, una Premier League, tre Supercoppe Italiane e una FA Cup. Numeri che raccontano una filosofia precisa. Antonio Conte non è mai stato, né ha mai preteso di essere, Zdenek Zeman.
Può darsi che De Bruyne abbia scoperto una nuova vocazione. Dopo aver sussurrato al pallone per una vita, magari vuole iniziare a sussurrare ai giocatori. È una prospettiva affascinante e, chissà, forse un giorno lo vedremo in panchina.
Nell'ultima, però, non c'era. De Bruyne ha tutto il diritto di preferire un altro calcio. Ma a Conte hanno chiesto di essere Conte. E se dopo quasi vent'anni di panchine, cinque Scudetti e una carriera costruita sulla stessa identica idea di calcio, qualcuno si sorprende del suo pragmatismo, il problema non è la coerenza di Conte. È l'aspettativa di chi pensava che potesse essere diverso.