Napoli

C’è un tempo in cui non basta dissentire, pare si debba scomunicare. Non basta contraddire un pensiero, occorre bruciare il pensatore, meglio ancora sui social, dove il rogo non scalda nessuno, ma illumina per un attimo la vanità di molti.

È accaduto a Erri De Luca, scrittore napoletano tra i più alti della nostra letteratura, trascinato nel tribunale sommario dell’indignazione perché ha detto ciò che molti non volevano ascoltare. In una intervista rilasciata da Gerusalemme, De Luca ha rivendicato la parola “sionista” nel suo significato originario: il riconoscimento del diritto degli ebrei a una patria, a una esistenza nazionale, a una difesa possibile. E ha contestato l’uso del termine “genocidio” per definire quanto accade a Gaza. Non ha negato l’orrore. Non ha cancellato i morti. Non ha reso più lieve la fame, la distruzione e l’infanzia sepolta sotto le macerie. Ha fatto altro. Ha chiesto che una parola estrema non venga consumata dall’uso politico, che il linguaggio non preceda il giudizio e che la memoria non diventi clava. Si può non essere d’accordo con lui. Si può ritenere - come fanno organizzazioni internazionali, giuristi e una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale - che la parola genocidio sia invece adeguata. Si può ricordare che la Corte internazionale di giustizia è stata investita del caso e ha disposto misure provvisorie nei confronti di Israele, pur senza essersi ancora pronunciata definitivamente sul merito. Si può, dunque, discutere. Ma discutere non significa insultare. Non significa estromettere. Non significa trasformare uno scrittore in un imputato morale perché rifiuta una parola mentre riconosce la tragedia.

Qualche mese fa Paolo Mieli, con analoga prudenza semantica, si rifiutò di definire genocidio la guerra di Gaza. Anche allora la reazione fu aspra. Come se il dolore, per essere autentico, avesse bisogno di una sola parola obbligatoria. Come se chi non la pronuncia fosse automaticamente complice. È una forma nuova e antica di fanatismo: pretendere che il lessico sostituisca la coscienza. Eppure Gaza meriterebbe qualcosa di più alto della rissa verbale. Meriterebbe una politica capace di fermare la guerra, non una platea capace soltanto di moltiplicare anatemi. Meriterebbe il coraggio di dire che il governo Netanyahu porta responsabilità enormi e che la risposta militare israeliana ha prodotto un disastro umano spaventoso. Ma meriterebbe anche la lucidità di non cancellare il 7 ottobre, i civili israeliani massacrati, gli ostaggi, Hamas e la sua strategia di guerra tra i corpi dei civili palestinesi. Una verità che ne espelle un’altra non è verità: è propaganda con una lacrima posticcia in mano.

De Luca, poi, non è uomo da sospettare di servilismo. La sua biografia intellettuale è fatta di disobbedienze, di cause perse occupate con ostinazione, di fedeltà agli ultimi, di una lingua che non ha mai chiesto permesso ai salotti. Per questo colpisce vederlo processato da chi, fino a ieri, lo considerava un testimone. È la conferma che l’ideologia ama gli scrittori solo quando scrivono sotto dettatura. Appena una frase esce dal recinto, il poeta diventa traditore. Ma uno scrittore serve esattamente a questo: a non consegnare le parole alla folla. A ricordarci che alcune parole hanno un peso specifico, una storia, un sangue depositato nella loro pronuncia. “Genocidio” non è un sostantivo più forte di “massacro” né un superlativo morale. È una categoria storica, giuridica, tragica. Può essere usata, certo, ma proprio per questo deve essere pensata, provata e custodita.

Difendere Erri De Luca oggi non significa assolvere Israele. Significa difendere una cosa più fragile e necessaria: il diritto di pensare senza essere linciati, il dovere di affermare senza capitolare, la possibilità di stare dentro il dolore senza trasformarlo in slogan. Perché quando le parole diventano pietre, i primi a essere colpiti non sono i nemici, ma la verità, la compassione e la libertà.