Nella circoscrizione Salerno-Avellino, il 2 giugno 1946, la Monarchia raccolse il 72,91 per cento (414.521 voti). La Repubblica si fermò al 27,09 per cento (153.978 voti). Eppure oggi, mentre la Repubblica compie ottant'anni, anche da questa terra monarchica si può celebrare quella data senza esitazioni. Anzi, forse con una consapevolezza ancora più profonda.
Perché la grandezza del 2 giugno 1946 non consiste nel fatto che tutti pensarono la stessa cosa. Consiste nel fatto che milioni di italiani accettarono il verdetto delle urne anche quando quel verdetto non coincideva con le proprie convinzioni.
È qui che nasce la Repubblica. Non nella vittoria dei repubblicani. Nell'accettazione della sconfitta da parte dei monarchici. L'Irpinia, il Mezzogiorno, gran parte del Sud votarono per la Corona. Non per nostalgia del fascismo, come qualcuno continua superficialmente a raccontare. Le ragioni erano più profonde. Per molte famiglie il Re rappresentava ancora l'Unità nazionale, la continuità dello Stato, un argine all'incertezza di anni terribili. In un Paese devastato dalla guerra, la stabilità appariva più rassicurante del cambiamento.
Eppure la storia aveva già emesso il suo giudizio.
La monarchia che gli italiani avevano conosciuto non era quella del Risorgimento. Era la monarchia che aveva tollerato la dittatura. Quella che aveva firmato le leggi razziali. Quella che aveva assistito quasi in silenzio alla distruzione delle libertà costituzionali. Quella che l'8 settembre 1943 era fuggita da Roma lasciando il Paese nel caos. La Repubblica non nacque da un capriccio ideologico. Nacque da questa constatazione. Se il fascismo era stato possibile, era perché avevano fallito coloro che avrebbero dovuto impedirlo.
Per questo il referendum del 1946 fu molto più di una scelta istituzionale. Fu un giudizio storico.
E tuttavia sarebbe un errore guardare con sufficienza a quelle migliaia di irpini che votarono Monarchia. Erano uomini e donne usciti da vent'anni di regime, da una guerra mondiale, da bombardamenti, fame e lutti. Molti di loro non avevano mai conosciuto la democrazia. Molti entravano per la prima volta in una cabina elettorale insieme alle proprie mogli, alle proprie madri, alle proprie figlie che finalmente potevano votare.
Non erano i numeri a fare la differenza. Era il gesto. La scheda. La libertà di scegliere. In questo senso, il 2 giugno resta una delle giornate più nobili della storia italiana. Perché nessuno vinse davvero contro qualcuno. Vinse il popolo contro la sudditanza. Persino qui, in Irpinia. Persino dove la maggioranza scelse il Re. Perché il giorno dopo il referendum non ci furono insurrezioni. Non ci furono vendette. Non ci fu una guerra civile. Ci fu un Paese che, tra mille tensioni, riconobbe la sovranità popolare.
Fu un miracolo politico di cui oggi si parla troppo poco.
L'Italia del 1946 era infinitamente più divisa dell'Italia di oggi. Eppure seppe trovare una sintesi democratica che noi, spesso, sembriamo aver dimenticato. Da questa terra viene anche una lezione ulteriore. Mentre gran parte dell'Irpinia guardava alla Monarchia, un intellettuale come Guido Dorso aveva già compreso che il vero problema dell'Italia non era scegliere tra un re e un presidente. Era spezzare il sistema di privilegi, clientele e oligarchie che aveva soffocato il Paese per generazioni.
Aveva visto più lontano di molti contemporanei.
Forse proprio per questo la sua lezione appare così moderna. La Repubblica non è mai stata soltanto una forma istituzionale. È una promessa. La promessa che il merito valga più della nascita. Che la legge valga più della forza. Che il cittadino valga più del suddito. Ottant'anni dopo possiamo criticare molte cose della Repubblica italiana. Dobbiamo farlo. Possiamo denunciarne le occasioni perdute, la corruzione, i ritardi, le ingiustizie, le classi dirigenti spesso inadeguate. Ma dovremmo avere l'onestà di riconoscere anche ciò che essa ha garantito: ottant'anni di libertà costituzionale, il più lungo periodo democratico della nostra storia nazionale, la possibilità per milioni di italiani di vivere una vita che i loro nonni non avrebbero nemmeno osato immaginare.
Per questo oggi non celebriamo una vittoria politica.
Celebriamo una conquista civile. E forse il modo migliore per farlo è ricordare proprio quel dato apparentemente stonato: il 72,91 per cento degli elettori di Salerno e Avellino votò Monarchia. La Repubblica nacque anche da quei voti. Nacque perché chi perse accettò di appartenere comunque alla stessa comunità nazionale. È questa la sua lezione più alta. Ed è anche la più attuale. Perché una democrazia non si misura da come tratta chi vince. Si misura da come riesce a tenere dentro, rispettare e rappresentare anche chi ha perso. Ottant'anni dopo, la Repubblica italiana resta esattamente questo: il patto che consente a un popolo diviso di continuare a sentirsi una nazione.
E per una terra orgogliosa e testarda come l'Irpinia, non è una lezione minore. È la più grande di tutte.