Le conversazioni recuperate dagli investigatori stanno aprendo nuovi scenari sul caso del dodicenne di San Vito Lo Capo, nel Trapanese, che nei giorni scorsi si è presentato a scuola armato di due coltelli, aggredendo un insegnante prima di essere fermato.
Dall’analisi degli smartphone sequestrati dai carabinieri emergono messaggi inquietanti nei quali il ragazzo descrive un progetto di violenza premeditato e individua alcuni possibili bersagli tra i compagni di scuola. Le chat, scritte in inglese, sono ora al centro dell’attività investigativa coordinata dalla Procura per i minorenni di Palermo.
I riferimenti all’estremismo suprematista
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il giovane avrebbe manifestato ammirazione per due autori di stragi a sfondo suprematista: Brenton Tarrant e Payton Gendron.
Nelle conversazioni il ragazzo avrebbe collegato il proprio progetto a motivazioni ideologiche e politiche, richiamando esplicitamente gli autori di quegli attentati. Un elemento che ha spinto la magistratura a coinvolgere la sezione Antiterrorismo del Ros dei Carabinieri di Palermo per approfondire eventuali influenze radicali maturate attraverso la rete.
L’ipotesi dell’istigazione online
Gli investigatori stanno cercando di capire se il dodicenne abbia agito autonomamente oppure se sia stato influenzato da interlocutori conosciuti sui social e sulle piattaforme di messaggistica.
Dalle conversazioni emerge infatti una lunga interazione con altri utenti, alcuni dei quali discutono con lui delle modalità dell’azione e delle possibili conseguenze giudiziarie. Gli accertamenti mirano a individuare eventuali profili che possano aver incoraggiato o rafforzato i suoi propositi violenti.
Il ruolo dei social network
Un passaggio considerato rilevante dagli inquirenti riguarda il riferimento del ragazzo a precedenti sospensioni o blocchi dei suoi account online per contenuti ritenuti inappropriati. Questo elemento potrebbe aiutare a ricostruire il percorso di radicalizzazione e le comunità virtuali frequentate dal minore.
Gli esperti sottolineano come gli algoritmi e le reti di contatto online possano favorire l’esposizione di soggetti particolarmente vulnerabili a contenuti estremisti, violenti o discriminatori.
Il dramma della famiglia
La madre del ragazzo continua a respingere l’idea che quelle parole rappresentino realmente il figlio che conosce. Dopo aver preso visione delle conversazioni, ha espresso incredulità e dolore, sostenendo che qualcuno possa aver avuto un ruolo nell’influenzare il comportamento del minore.
Le indagini dovranno chiarire se dietro le dichiarazioni e i messaggi vi fosse un’effettiva pianificazione operativa oppure una forma di emulazione alimentata dalla frequentazione di ambienti virtuali estremisti.
L’inchiesta prosegue
La Procura per i minorenni, guidata da Claudia Caramanna, sta approfondendo ogni aspetto della vicenda. Gli investigatori analizzeranno dispositivi, cronologia delle connessioni e contatti digitali per ricostruire il contesto nel quale è maturato il gesto.
L’obiettivo è comprendere non soltanto le responsabilità individuali del ragazzo, ma anche l’eventuale presenza di fenomeni di radicalizzazione online che possano aver contribuito alla sua condotta.