A tre giorni dalla strage di Roseto Capo Spulico, la procura di Castrovillari e la squadra mobile della Questura di Cosenza continuano a lavorare sulla rete del caporalato che avrebbe fatto da sfondo all’omicidio di quattro braccianti migranti, bruciati vivi all’interno di un minivan lungo la statale ionica.

Dopo il fermo dei due cittadini pakistani accusati di avere incendiato il mezzo, gli investigatori stanno ora cercando un terzo uomo indicato con il nome di “Kassan”, ritenuto figura chiave nel reclutamento dei lavoratori agricoli stranieri tra la costa jonica calabrese e il Metapontino.

La pista del controllo sui braccianti

Secondo quanto emerge dall’inchiesta, il gruppo avrebbe imposto ai lavoratori condizioni durissime, trattenendo parte dei compensi e controllando trasporti, alloggi e turni nei campi di fragole e agrumi.

Il sopravvissuto alla strage, Taj Mohammed Alamyar, ha confermato agli investigatori che il contrasto sarebbe nato dopo il rifiuto dei braccianti di lavorare senza salario. La richiesta di denaro per il trasporto avrebbe fatto esplodere definitivamente la tensione.

Gli inquirenti stanno verificando collegamenti con altri episodi avvenuti negli ultimi mesi nella stessa area. Sedici incendi di auto e furgoni usati dai braccianti sono stati registrati tra la fascia ionica della Calabria e la Basilicata, un dato che rafforza l’ipotesi di una guerra interna tra gruppi di caporali.

Le immagini decisive

Restano centrali nell’indagine le registrazioni della telecamera installata nell’area di servizio Ip dove si è consumato il delitto. I video mostrerebbero i due fermati mentre acquistano carburante, cospargono il minivan e bloccano le portiere dall’esterno prima dell’incendio.

Il dettaglio del portellone posteriore rimasto aperto ha consentito la fuga dell’unico sopravvissuto, la cui testimonianza viene considerata decisiva per ricostruire la dinamica dell’agguato.

Un ambulante italiano presente vicino al distributore avrebbe inoltre riferito di avere visto tre persone allontanarsi subito dopo il rogo.

Il fronte sociale e politico

Il caso ha riacceso il dibattito sulle condizioni dei lavoratori stagionali stranieri impiegati nelle campagne del Sud.

La Cgil parla apertamente di una lotta tra organizzazioni di caporalato pakistane per il controllo della manodopera agricola, mentre il vicepresidente della Cei, monsignor Francesco Savino, ha chiesto di rompere “il silenzio sporco delle convenienze”.

Anche il questore di Cosenza, Antonio Borelli, ha definito il delitto “un’esecuzione di inaudita crudeltà”.

Nelle prossime ore la procura potrebbe contestare ai fermati ulteriori aggravanti legate al metodo mafioso e allo sfruttamento sistematico dei lavoratori migranti.