Avellino

 

di Franco Fiordellisi 

Ci sono tragedie che, per la loro brutalità, dovrebbero costringerci a fermarci e a guardare dentro ciò che siamo diventati. Non per retorica dell’indignazione momentanea, ma per interrogarci seriamente sulle cause profonde che rendono possibili certe morti e sulla qualità democratica del nostro vivere comune. E per questo il 2 Giugno festa della Repubblica, non sono riuscito a “festeggiare”.

La strage di Amendolara, in Calabria ai confini con la Basilicata, ha  avuto questo riflesso. Quattro giovani braccianti agricoli, Ullah Ismat Qiemi, Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad e Waseem Khan, tre afghani e un pakistano, sono stati uccisi morti, arsi vivi, dentro un minivan. Giovani arrivati in Italia per lavorare, costruirsi un futuro e aiutare le proprie famiglie, finiti invece nel cuore più oscuro di un sistema che continua a reggersi sul lavoro oscuro e vulnerabile di migliaia di migranti impiegati nella nostra agricoltura.

Le indagini chiariranno responsabilità e crimini. Ma una verità è già davanti ai nostri occhi: non siamo soltanto davanti a un fatto di cronaca nera. Siamo davanti a una tragedia che nasce dentro un sistema economico e sociale che da troppo tempo ha normalizzato sfruttamento, illegalità e marginalità umana.

Il racconto del superstite di minacce, salari non pagati, denaro richiesto perfino per il trasporto verso i campi, non descrive un episodio isolato. Racconta un clima di dipendenza, paura e ricatto che migliaia di lavoratrici e lavoratori agricoli conoscono fin troppo bene.

Sarebbe però troppo semplice fermarsi alla sola dimensione criminale. La vera domanda che politica e istituzioni dovrebbero avere il coraggio di porsi è un’altra: come siamo arrivati al punto che, dentro una filiera agricola che produce ricchezza, export ed eccellenze del Made in Italy, quattro giovani possano morire in questo modo?

Le e i sindacalisti della Flai-Cgil, che tutti i giorni si scontrano con questo sistema, ci dicono: il caporalato non è una deviazione residuale del mercato del lavoro. È diventato nel tempo un fenomeno strutturale di un modello produttivo fondato sulla compressione dei costi, sulla frammentazione delle responsabilità e sulla riduzione del lavoro a fattore sacrificabile dentro filiere sempre più opache, lunghe e che non redistribuiscono adeguatamente i profitti.

Quindi dietro il prezzo apparentemente conveniente di molti prodotti agricoli si nasconde spesso un’economia che scarica il peso sui soggetti più vulnerabili: lavoratori migranti, uomini e donne ricattabili, invisibili agli occhi della società e troppo spesso delle istituzioni.

Qui emerge una responsabilità politica enorme, spesso rimossa. Per anni, in nome della liberalizzazione del mercato del lavoro e di una modernizzazione raccontata, è stato progressivamente smantellato il sistema pubblico di collocamento agricolo, senza costruire una alternativa moderna, rapida, trasparente ed efficiente, con il parallelo indebolimento degli Ispettorati de Lavoro. Quel sistema aveva limiti e opacità, certo, ma andava riformato, non cancellato.

Inoltre l’importante legge 199/2016, contro il caporalato, che ha introdotto lo strumento del lavoratore vittima, che può ottenere permesso di soggiorno, non riesce a funzionare quando il sistema è pervaso da tante illegalità, con scarsi o inefficaci controlli reali, spesso solo burocratici e manca tutela materiale al denunciante, e nel caso di Amendolara il testimone si è reso irreperibile per paura.

Oggi nessuno è realmente in grado di sapere quando un’azienda agricola ha bisogno di lavoratori, quanti ne servano e a quali condizioni. I caporali, invece, lo sanno. È qui che si annida una delle questioni più scomode: il vuoto lasciato dallo Stato è stato occupato dall’intermediazione illegale. E con i contratti collettivi per ora non riusciamo ad incidere adeguatamente queste criticità. Serve uno sforzo sinergico di Sindacato, Imprese, Istituzioni.

Comprendere questo non significa in alcun modo giustificare il caporalato, significa capire che esso si combatte non soltanto con la repressione penale, necessaria, ma sottraendogli la funzione economica che oggi esercita dentro un mercato del lavoro profondamente deregolato.

Perché quando lo Stato arretra, troppo spesso non nasce il libero mercato: nasce il mercato illegale.

In questo assume un valore strategico la legge di iniziativa popolare promossa dalla CGIL sulla responsabilità piena nella filiera produttiva e nella catena degli appalti, che il sindacato sta spiegando in queste settimane insieme a quella per la tutela e il rilancio del Servizio sanitario nazionale pubblico e universale. Non sono battaglie separate. Raccontano una stessa idea di Paese, nella quale lavoro, salute, dignità e legalità tornano ad essere parte di un medesimo patto civile e progetto democratico.

Le morti di Amendolara non arrivano nel vuoto. Come dimenticare Satnam Singh, il giovane bracciante indiano, dell’Agro Pontino, morto dissanguato dopo essere stato abbandonato davanti all’ospedale con un braccio amputato nel cassetto, trattato come un oggetto “merce” rotta?

Anche allora il Paese si indignò per qualche giorno. Poi tornò il silenzio. La CGIL e la Flai organizzarono mobilitazioni, presìdi, assemblee e manifestazioni per chiedere verità, giustizia e soprattutto un cambiamento strutturale nella lotta al caporalato. A quelle iniziative, che comunque continuano, ho partecipato, insieme a tante compagne e compagni del sindacato, perché non si poteva restare in silenzio davanti ad una vicenda che mostrava il punto estremo della subordinazione della persona al profitto.

Eppure qualcosa di ancora più inquietante sembra essersi insinuato nel nostro tessuto sociale.

Poche settimane fa a Taranto, all’alba, Bakari Sako, lavoratore agricolo, è stato brutalmente assassinato da un gruppo di adolescenti italiani mentre si recava al lavoro nei campi del Metaponto.

Erano circa le cinque del mattino. Andava a lavorare, forse nelle stesse campagne dove si raccolgono le fragole che raccoglievano i morti di Amendolara. .

Ed allora la questione non riguarda più soltanto il lavoro sfruttato o l’illegalità economica. Riguarda qualcosa di ancora più profondo: una progressiva normalizzazione della disumanizzazione. Quando un uomo che si reca al lavoro all’alba può essere percepito come un bersaglio, una presenza marginale e sacrificabile, significa che qualcosa si sta incrinando nel nostro patto civile.

Amendolara, Satnam Singh e Bakari Sako raccontano storie diverse, ma parlano della stessa verità: vulnerabilità sociale, lavoro povero disumanizzato, invisibilità e marginalità diventano terreno fertile per sfruttamento, paura, violenza e razzismo.

A quasi vent’anni dalle denunce di Alessandro Leogrande in Uomini e caporali, siamo ancora qui. Con altri morti. Altri invisibili. E forse dovremmo avere il coraggio di interrogarci anche sui nostri territori.

Nelle aree della Campania, nei territori di confine tra Napoli, Salerno, Caserta, Avellino e Benevento esistono forme più sommerse e meno visibili di sfruttamento: lavoro nero e grigio, intermediazione opaca della manodopera, salari fuori contratto, trasporti informali e vulnerabilità spesso coperte dal silenzio e paura.

Senza queste lavoratrici e questi lavoratori si fermerebbe una parte decisiva dell’agricoltura italiana. Eppure vivono in baraccopoli, alloggi degradati, senza trasporti pubblici, lontani perfino dal diritto alla salute, ricattabili e sottopagati.

Anche qui il ruolo dello Stato è mancato. Le risorse del PNRR avrebbero potuto essere utilizzate con maggiore incisività per superare insediamenti degradati e garantire condizioni dignitose. Eppure esperienze positive esistono, grazie anche al lavoro del sindacato, della Flai CGIL, del volontariato, delle reti territoriali e qualche istituzione locale che hanno previsto trasporti collettivi organizzati sottraendo almeno in parte i braccianti al ricatto dei caporali.

Bisogna partire da lì. Perché il caporalato si combatte non soltanto con arresti e indignazione, ma rendendolo economicamente inutile: ricostruendo una infrastruttura pubblica moderna della manodopera agricola un, capace di mettere rapidamente in contatto domanda e offerta, garantire trasporti legali, controlli, contratti, alloggi dignitosi e legalità.

In fondo la domanda politica da cui dovremmo partire è semplice solo in apparenza: può davvero definirsi pienamente democratica una Repubblica fondata sul lavoro se continua a tollerare intere porzioni della propria economia costruite sulla vulnerabilità umana?

Se non affronteremo insieme lavoro, legalità, immigrazione, salute, filiere produttive e ruolo dello Stato, continueremo a piangere morti annunciate. E allora Amendolara non sarà stata soltanto l’ennesima lunga, silenziosa e vergognosa strage del lavoro in Italia.

E i governi regionali progressisti, dalla Campania alla Puglia, possono fare una differenza reale negli spazi ed ambiti propri.