L'atomo del passato continua a proiettare la sua ombra lunga sul futuro della Campania. Alle porte della provincia di Caserta, lo smantellamento della ex centrale nucleare del Garigliano si trova oggi a un punto di svolta cruciale, sospeso tra l'eccellenza ingegneristica delle operazioni di bonifica e un preoccupante blackout informativo che allarma le istituzioni locali. Se da un lato i tecnici avanzano nel cuore radioattivo dell’impianto, dall'altro si solleva il muro del silenzio politico, riaccendendo i timori di un territorio che ha già pagato un tributo altissimo in termini di servitù ambientali e che ora pretende certezze sul destino dei rifiuti nucleari a media e alta intensità.
La complessa ingegneria del decommissioning
Sul piano puramente operativo, il cantiere gestito da Sogin, la società di Stato responsabile della disattivazione degli impianti nucleari italiani, ha recentemente segnato un traguardo importante. Le squadre specializzate, in collaborazione con la controllata Nucleco, hanno completato la prima e più delicata fase di smantellamento del recipiente d'acciaio, il cuore pulsante dove un tempo avveniva la reazione nucleare. Sono stati rimossi e trattati i componenti metallici contaminati posizionati sul deflettore superiore. Parliamo di circa una tonnellata di scorie radioattive, catalogate e sigillate in speciali contenitori ad alta integrità, ora stoccate temporaneamente nei depositi del sito.
Questo intervento, che rappresenta l'operazione più complessa sotto il profilo ingegneristico dall'inizio delle attività, proietta il decommissioning della centrale oltre la metà del suo avanzamento fisico. I piani a breve termine prevedono ora la progettazione esecutiva per la rimozione dei componenti interni della struttura, parallelamente allo smantellamento del sistema Radwaste, l'impianto deputato alla gestione dei vecchi rifiuti liquidi e solidi del sito.
Il blackout istituzionale e l'allarme del territorio
Raffaele Aveta, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle e Presidente della Commissione Agricoltura, denuncia con durezza lo stop forzato del Tavolo della Trasparenza. Questo fondamentale organismo di controllo e informazione, che dovrebbe garantire un canale di comunicazione costante tra la Sogin, i comitati civici e le istituzioni locali, non viene convocato dal lontano aprile 2024. Un vuoto di oltre due anni che, secondo l'esponente pentastellato, priva i cittadini del diritto elementare di conoscere i dati certificati sullo stato di avanzamento dei lavori e sui monitoraggi ambientali, proprio mentre le operazioni entrano nel vivo e toccano le matrici più pericolose della vecchia centrale.
Il rischio di soluzioni di ripiego per le scorie
I maggiori dubbi riguardano la destinazione finale di questi materiali contaminati. Sebbene la Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) pubblicata dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica abbia ufficialmente escluso la provincia di Caserta dalle zone idonee a ospitare il futuro Deposito Nazionale, l'assenza di scadenze certe per la realizzazione di quest'ultimo rischia di trasformare lo stoccaggio temporaneo del Garigliano in una soluzione a lungo termine di fatto.
La preoccupazione principale è che le aree limitrofe al fiume Garigliano, caratterizzate da una fortissima vocazione agricola di qualità, possano diventare un ripiego strutturale per l'accatastamento delle scorie, minacciando la salute pubblica e l'economia locale. La transizione ecologica e la tutela del territorio non possono tollerare zone d'ombra o scorciatoie burocratiche: la richiesta di una vigilanza ferrea e di un'immediata convocazione dell'assessore regionale competente punta proprio a rompere il silenzio istituzionale prima che il ritardo si trasformi in una emergenza permanente.