Ariano Irpino

C'è un filo sottile che unisce Ariano Irpino al Karakorum pakistano. Si chiama Mirco Grasso, ha 32 anni, e il suo nome sta diventando sempre più noto nei circoli dell'alpinismo internazionale. Nato nel 1993 in provincia di Venezia, dove tuttora vive e lavora, Mirco porta nel sangue le radici della Campania: i suoi nonni Dorindo, Rosetta, Angelo e Maria sono di Ariano Irpino, e quel legame con la terra irpina è rimasto vivo nel tempo, coltivato con affetto e orgoglio di famiglia.

Cresciuto lontano dalle montagne, almeno geograficamente, Mirco ha trascorso l'adolescenza sui campi da basket della provincia veneziana.

L'alpinismo è arrivato tardi, quasi per caso: dopo la maturità, un anno di lavoro in Australia gli ha aperto gli occhi su un bisogno che ancora non sapeva nominare. Tornato in Italia, si è avvicinato all'arrampicata sportiva in palestra, e da lì non si è più fermato. In pochi anni ha bruciato le tappe, entrando nel Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) nel 2021 e affermandosi come uno dei talenti più interessanti dell'alpinismo esplorativo italiano. Tutto questo conciliandolo con il lavoro da consulente informatico nel campo della Business Intelligence.

Un curriculum costruito parete dopo parete

La carriera di Mirco Grasso è una sequenza di imprese che segnano una progressione costante verso l'alpinismo più impegnativo e visionario, quello che si muove su pareti ancora vergini o quasi, in stile leggero, senza ossigeno supplementare né supporto di portatori.

Tra le prime imprese a farsi notare c'è l'apertura di "Apus" (2020) sulla Rocchetta Alta di Bosconero, nelle Dolomiti di Zoldo, in cordata con Alvaro Lafuente. La via vale a Mirco una menzione ai Piolets d'Or 2021 — i cosiddetti Oscar dell'alpinismo mondiale — a Briançon, in Francia. È la prima conferma internazionale per un alpinista che si è formato quasi tutto da solo, partendo dalla palestra.

Nel 2022 arriva l'impresa che lo consacra sulle Dolomiti: con l'amico e compagno di cordata Nicolò Geremia, Mirco apre "Barbari nel Tao" sulla Punta Frassenè dello Spiz d'Agner, nelle Pale di San Martino. Cinquecento metri di roccia dolomitica, con difficoltà fino al IX+/X-, una via che entrambi hanno definito tra le più belle che abbiano mai percorso. L'anno successivo la liberano interamente, e per questa apertura ricevono nel 2023 il Premio alpinistico Silla Ghedina, assegnato ogni anno a Belluno alla migliore via aperta sulle Dolomiti — un riconoscimento prestigioso nell'ambiente.

Sempre nel 2023 arriva l'exploit che fa parlare di Mirco ben oltre i confini italiani: in Pakistan, in cordata con Giacomo Mauri dei Ragni di Lecco, completa in libera la via "Eternal Flame" sulla Nameless Tower, nel gruppo delle Torri di Trango. Seimiladuecentocinquantuno metri di quota, su una delle vie in alta quota tecnicamente più difficili al mondo, resa ancora più impegnativa dalle condizioni abituali della parete e dall'avvicinamento complesso. Per questa salita riceve nel 2024 il Premio Paolo Consiglio del CAAI, ad Assisi, assegnato ex aequo.

Nel 2025 Mirco continua a macinare chilometri di roccia e ghiaccio: in Patagonia, con Matteo Della Bordella e Dario Eynard del CAI Eagle Team, porta a termine la prima salita completa di "Gringos Locos" sul Cerro Piergiorgio (2.719 m, gruppo del Fitz Roy), via tentata per la prima volta nel 1995 da Maurizio Giordani e Luca Maspes senza mai essere completata. Il gruppo raggiunge la vetta alle tre di notte, con immediata discesa. Pochi mesi dopo, sempre nel 2025, chiude insieme a Nicolò Geremia il lungo progetto di "Chiaroveggenza" sulla parete sud della Marmolada: novecento metri, difficoltà fino al IX+, subito indicata come la via più difficile dell'intera parete.

Adesso il K7: una delle pareti più ambite del pianeta

In questo momento, mentre leggete queste righe, Mirco Grasso si trova in Pakistan. È partito nei primi giorni di giugno 2026 insieme a tre compagni di altissimo livello, con un obiettivo che fa tremare i polsi anche ai più esperti: aprire una nuova via sul pilastro est del K7 Main, una montagna di 6.934 metri nel Karakorum, nella spettacolare valle di Charakusa.

Con lui ci sono tre nomi di primissimo piano dell'alpinismo italiano contemporaneo. Matteo Della Bordella, lombardo, è uno degli alpinisti europei più attivi sulle grandi pareti remote dell'ultimo decennio: ha scalato in Groenlandia, Patagonia, Baffin, e nello stesso Karakorum, con una spiccata preferenza per le spedizioni esplorative in stile leggero. Il K7 è per lui un progetto accarezzato per anni. Giacomo Mauri, anch'egli dei Ragni di Lecco — il leggendario gruppo alpinistico di quella città lombarda, tra i più titolati al mondo —, è già compagno di cordata di Mirco sulla Nameless Tower. Luca Ducoli, infine, è membro della prima edizione del CAI Eagle Team, il progetto formativo del Club Alpino Italiano dedicato ai giovani talenti dell'alpinismo di ricerca.

La spedizione, patrocinata dal Club Alpino Italiano, è partita da Islamabad per poi raggiungere Skardu, l'ultimo avamposto urbano prima di addentrarsi nel cuore del Karakorum. Da lì, tre giorni di trekking per raggiungere il campo base ai piedi del K7. Il piano prevede tra i 35 e i 40 giorni sul campo, tra acclimatamento e tentativi sulla parete: un terreno che fonde roccia, ghiaccio e misto d'alta quota in condizioni di massima serietà.

Il K7 non è una montagna qualunque. La sua prima ascensione assoluta risale al 1984, a opera di una spedizione giapponese. Nel 2004 lo scalò in solitaria e in stile alpino Steve House, uno dei più grandi alpinisti americani di sempre. Nel 2012 Hayden Kennedy, Kyle Dempster e Urban Novak aprirono un'epica via sulla parete est, quella stessa parete su cui Mirco e i suoi compagni puntano ora. Aprire una nuova linea su questa faccia significa scrivere un'altra pagina nella storia di una montagna che rappresenta l'essenza dell'alpinismo esplorativo moderno. La spedizione si concluderà intorno al 15 luglio.

Ad agosto sarà ad Ariano Irpino, per i novant'anni di nonno Dorindo

Dopo il Pakistan, però, c'è un appuntamento a cui  Mirco non ha intenzione di mancare. Ad agosto tornerà ad Ariano Irpino per festeggiare i novant'anni del nonno Dorindo: un traguardo importante, quello di una famiglia che ha radici profonde in questa città, e che guarda con orgoglio a un nipote che porta il nome di Ariano Irpino fin sotto le vette più remote del pianeta. Dalle pareti del Karakorum alla tavola di casa, il cerchio si chiude sempre lì, nelle origini.