Benevento

La tragica morte di quattro giovani braccianti stranieri, trovati carbonizzati il 2 giugno 2026 all'interno di un minivan lungo la Strada Statale 106 Jonica, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, "impone una riflessione profonda e non più rinviabile sulle condizioni del lavoro agricolo nel nostro Paese" commenta Carmine Nardone, già parlamentare - da sempre studioso e vicino al mondo dell'agricoltura - già Presidente della Provincia di Benvento e fondatore di Futuridea.

“Non possiamo permettere che queste persone vengano ricordate soltanto come vittime di una tragedia - dichiara Carmine Nardone, Presidente di Futuridea. Erano lavoratori che contribuivano ogni giorno alla nostra agricoltura, raccoglievano i prodotti che arrivano sulle nostre tavole, sostenevano un settore fondamentale dell'economia italiana. La loro morte ci obbliga a guardare in faccia una realtà che troppo spesso scegliamo di ignorare”.

Secondo Nardone, quanto accaduto ad Amendolara non può essere considerato un episodio isolato. “Dietro questa tragedia – continua Nardone – c'è un sistema che continua a tollerare condizioni di lavoro segnate da sfruttamento, precarietà, isolamento sociale e assenza di tutele adeguate. Nei campi italiani migliaia di lavoratori vivono ancora sotto il peso del ricatto, della paura e della marginalità. Finché queste condizioni continueranno a esistere, il caporalato troverà sempre nuove forme per sopravvivere”.

I dati ufficiali confermano la gravità del fenomeno. Nel rapporto 2025 dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro risultano centinaia di vittime di caporalato, molte delle quali impiegate nel settore agricolo. Numeri che rappresentano soltanto una parte della realtà. “Non basta individuare i responsabili diretti di quanto accaduto -, afferma ancora il Presidente - Dobbiamo avere il coraggio di interrogarci sulle responsabilità collettive e istituzionali che consentono ancora oggi l'esistenza di contesti così fragili e disumani. Quando quattro giovani lavoratori muoiono in circostanze tanto atroci, la domanda non è soltanto chi abbia causato la tragedia, ma perché nel 2026 sia ancora possibile che essa accada”. Il presidente Nardone richiama quindi istituzioni, organizzazioni professionali, imprese agricole, sindacati e società civile “ad un'assunzione condivisa di responsabilità per costruire un modello agricolo fondato sulla dignità del lavoro, sulla legalità e sulla sicurezza. L'indignazione non può durare lo spazio di una notizia - conclude Nardone -. La memoria di Waseem, Amin, Ullah e Safi deve trasformarsi in un impegno concreto. Nessun raccolto vale una vita. Nessuna esigenza produttiva può giustificare la rinuncia ai diritti fondamentali delle persone. Ricordarli significa agire affinché tragedie come questa non si ripetano mai più”.