La guerra tra Russia e Ucraina si combatte sempre più lontano dalle trincee del Donbass. Mentre sul terreno l’avanzata di Mosca appare rallentata, Kiev continua a puntare sui droni a lungo raggio per colpire obiettivi strategici in profondità nel territorio russo.
Negli ultimi giorni gli attacchi ucraini hanno interessato aree molto distanti dal fronte, dalla regione di San Pietroburgo fino al sud della Russia. Nel mirino sono finiti depositi di carburante, raffinerie, infrastrutture logistiche e siti collegati alla marina russa. Secondo le autorità ucraine, alcuni droni avrebbero percorso fino a mille chilometri prima di raggiungere obiettivi nell’area di Kronstadt, storica base navale vicino a San Pietroburgo, e nella regione di Krasnodar.
La strategia di Kiev è ormai chiara: non potendo contare su una superiorità aerea tradizionale, l’Ucraina cerca di compensare con sistemi meno costosi, mobili e difficili da intercettare. I droni consentono di colpire raffinerie, depositi e snodi militari che alimentano la macchina bellica russa, creando danni economici e problemi logistici.
Gli attacchi contro il comparto energetico hanno un valore militare ma anche simbolico. Colpire raffinerie e terminal petroliferi significa intervenire su uno dei settori che sostiene finanziariamente lo sforzo bellico del Cremlino. Non a caso Kiev presenta questi raid come una forma di “sanzione a lungo raggio”, capace di produrre effetti concreti dove le sole misure economiche occidentali non sono bastate.
A pesare è anche l’impatto psicologico sulla popolazione russa. Per anni Mosca ha raccontato la guerra come un’operazione lontana, circoscritta al fronte ucraino e senza ricadute dirette sulla vita quotidiana dei cittadini. I raid su San Pietroburgo, sulle regioni meridionali e su obiettivi molto interni al territorio russo incrinano questa narrazione. Le evacuazioni, gli incendi e le chiusure temporanee degli aeroporti rendono più difficile sostenere l’idea di una normalità intatta.
Il salto di qualità della campagna ucraina non nasce oggi. Dopo le prime incursioni limitate nelle aree di confine, Kiev ha progressivamente ampliato raggio d’azione e obiettivi. Nel 2023 i droni avevano già raggiunto Mosca, colpendo soprattutto sul piano simbolico. Tra il 2024 e il 2025 l’attenzione si è spostata sempre più sulle infrastrutture energetiche. L’operazione “Ragnatela”, condotta nel giugno 2025 contro basi aeree russe, ha poi mostrato la capacità ucraina di organizzare azioni complesse direttamente in territorio nemico.
Oggi il quadro appare ancora più esteso. Gli attacchi contro depositi, raffinerie e basi militari obbligano Mosca a disperdere sistemi di difesa aerea, proteggere aree sempre più vaste e spostare risorse lontano dal fronte. È un problema non solo operativo, ma politico: la Russia deve difendere un territorio enorme da mezzi piccoli, economici e sempre più numerosi.
Sul campo, intanto, i risultati russi restano limitati rispetto all’intensità degli assalti. Le analisi internazionali indicano un aumento degli attacchi di Mosca, ma anche guadagni territoriali molto ridotti. In questo scenario, la guerra dei droni diventa uno degli elementi centrali del conflitto: non decide da sola l’esito della guerra, ma può logorare infrastrutture, morale e capacità militari.
Per Kiev, portare la guerra “in casa” dei russi serve anche ad aumentare la pressione sul Cremlino in vista di eventuali negoziati. Per Mosca, invece, ogni incendio in una raffineria o in una base militare è un segnale difficile da nascondere. La propaganda può rivendicare l’abbattimento di centinaia di droni, ma resta il fatto che i cieli russi sono troppo vasti per essere protetti ovunque.