Il Medio Oriente, così come è stato concepito negli ultimi cinquant’anni, sta cessando di esistere. La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ha accelerato processi geopolitici già in corso, distruggendo equilibri fragili e favorendo la nascita di un nuovo ordine regionale.
Non si tratta soltanto delle conseguenze militari del conflitto del 2026, ma della definitiva emersione di due blocchi strategici distinti che ridisegnano la geografia politica dell’area.
L’asse di Abramo
Il primo blocco ruota attorno all’alleanza tra Emirati Arabi Uniti e Israele, consolidata dagli Accordi di Abramo del 2020 voluti dalla prima amministrazione Trump. A questo nucleo si sono progressivamente avvicinati anche India, Grecia e Cipro.
Diversi analisti hanno descritto questa nuova architettura strategica come un “asse di Abramo” o un “blocco indo-abramitico”. La cooperazione non è soltanto diplomatica: riguarda infrastrutture, tecnologia, difesa, rotte commerciali e sicurezza energetica.
Uno dei primi strumenti concreti di questa convergenza è stato il gruppo I2U2, formato da India, Israele, Stati Uniti ed Emirati, nato per rafforzare la cooperazione economica e strategica tra i quattro Paesi.
Durante la guerra contro Teheran, Abu Dhabi si è conferata uno dei partner più solidi di Israele, rafforzando ulteriormente la compattezza del blocco.
La coalizione islamica
Sul fronte opposto si è consolidata un’intesa guidata da Arabia Saudita e Pakistan, nella cui orbita gravitano anche Turchia, Qatar ed Egitto.
L’intesa tra Riad e Islamabad nasce sia come contrappeso all’asse Emirati-Israele sia dalla crescente percezione dell’inaffidabilità americana come garante della sicurezza regionale.
Quando l’Iran ha colpito obiettivi nel Golfo con missili e droni, il Pakistan si è trovato improvvisamente esposto al rischio di essere trascinato nel conflitto. Eppure, nel lungo periodo, proprio quella crisi ha mostrato la volontà delle medie potenze regionali di costruire sistemi di sicurezza autonomi.
L’obiettivo comune è ridurre la dipendenza da Washington senza necessariamente aderire a un fronte apertamente antiamericano.
L’uscita degli Stati Uniti
La guerra del 2026 ha prodotto anche un altro effetto politico profondo: molte monarchie arabe hanno iniziato a mettere in discussione la presenza militare americana nella regione.
Per decenni gli Stati Uniti hanno rappresentato il principale garante della sicurezza del Golfo. Ma il conflitto con l’Iran ha incrinato quel rapporto fiduciario. In diverse capitali arabe si è diffusa la convinzione che Washington possa trascinare gli alleati in guerre non concordate senza poi proteggerli dalle conseguenze.
Da qui la scelta di diversificare le alleanze, rafforzare la cooperazione regionale e costruire nuove reti di sicurezza indipendenti dagli americani.
Secondo numerosi osservatori internazionali, nei prossimi anni potrebbe concretizzarsi un graduale ridimensionamento della presenza statunitense nell’area. Sarebbe una svolta storica: dagli anni Settanta, dopo il definitivo arretramento sovietico favorito dal riallineamento dell’Egitto all’Occidente, il Medio Oriente è stato dominato dall’influenza americana.
Dall’idea di Medio Oriente all’Asia occidentale
La trasformazione in corso non riguarda soltanto gli equilibri militari ma anche il modo stesso di concepire la regione.
Sempre più studiosi sostengono che il termine “Medio Oriente” sia ormai insufficiente a descrivere una realtà integrata economicamente e strategicamente con l’Asia meridionale.
L’emergere di alleanze che coinvolgono contemporaneamente Paesi arabi, India e Pakistan spinge verso una nuova definizione geopolitica: “Asia occidentale”. Un concetto che evidenzia la progressiva integrazione dell’area nello spazio asiatico e il superamento della vecchia centralità euro-atlantica.
Il conflitto con l’Iran non ha creato questo processo, ma lo ha reso irreversibile. E mentre il vecchio ordine costruito attorno alla presenza americana si dissolve, una nuova regione sta prendendo forma.