L’accordo è vicino, forse vicinissimo, ma non ancora abbastanza da cancellare le diffidenze. Donald Trump ha provato ad accelerare, annunciando che la firma dell’intesa con Teheran sarebbe potuta arrivare già oggi. Dall’altra parte, però, l’Iran ha scelto la cautela. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha frenato sulle aspettative, negando che fosse già definita una cerimonia conclusiva a Ginevra o a Islamabad. Eppure proprio nella capitale pakistana è atteso il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, mentre il ministro degli Esteri del Pakistan, Mohammad Ishaq Dar, ha confermato l’ipotesi di una firma elettronica in videoconferenza.

La corsa di Trump

La partita, dunque, si gioca anche sul calendario. Trump sembra voler imprimere una svolta rapida al negoziato, in parte per ragioni politiche interne, in parte per presentarsi al G7 di Evian con il dossier iraniano almeno parzialmente chiuso. Sul tavolo ci sono la fine delle ostilità, la riapertura dello stretto di Hormuz e una cornice diplomatica che permetta a Washington di rivendicare una vittoria dopo mesi di tensione militare.

A Teheran, però, l’insistenza americana viene letta con sospetto. I Pasdaran hanno parlato di una pressione insolita, quasi un test per la squadra negoziale iraniana. Il processo decisionale della Repubblica islamica resta complesso, aggravato dalle condizioni politiche interne e dalla transizione seguita alla morte dell’ex Guida suprema Ali Khamenei. La scelta di fissarne le esequie tra il 4 e il 9 luglio è stata interpretata da diversi osservatori come un segnale di stabilizzazione, ma non basta a sciogliere tutti i dubbi.

Un memorandum, non la pace

Il documento che potrebbe essere firmato oggi non sarebbe un accordo di pace definitivo, ma un memorandum costruito sul lavoro negoziale avviato a Islamabad e proseguito nelle consultazioni successive. Una bozza comune esiste, ma le letture restano divergenti. Per Trump, il testo dovrebbe comportare da subito la riapertura dello stretto di Hormuz alla navigazione internazionale. Baghaei, però, ha precisato che l’Iran intende continuare a riscuotere i pagamenti per i servizi forniti nel passaggio strategico, mentre Araghchi ha evocato una dichiarazione congiunta con l’Oman per il controllo dello stretto.

Ancora più delicato è il capitolo economico. La bozza iraniana prevede lo sblocco dei fondi congelati all’estero e il ritiro delle forze americane dai confini della Repubblica islamica. Su questo punto Trump non ha offerto conferme chiare, mentre la sua amministrazione ha lasciato filtrare l’ipotesi che una parte degli asset liberati possa essere destinata alla riparazione dei danni subiti dalle monarchie del Golfo. Teheran, invece, parla di un fondo da 300 miliardi per la ricostruzione, ipotesi che il presidente americano ha liquidato come una notizia falsa.

Il nodo nucleare

Il capitolo più difficile resta quello nucleare. L’intesa definitiva dovrebbe essere rinviata a una seconda fase, con una finestra di due mesi per arrivare a un accordo più compiuto. Trump ha attaccato ancora una volta il patto del 2015 firmato durante la presidenza di Barack Obama, sostenendo che il nuovo schema sarebbe l’opposto: non una concessione, ma un muro contro l’arma atomica.

Il presidente americano ha parlato anche dell’uranio arricchito ancora custodito dall’Iran, definendolo “polvere nucleare” e promettendo che, quando la situazione sarà più calma, gli Stati Uniti entreranno nei siti interessati per recuperarlo, diluirlo e distruggerlo. È però una prospettiva tutt’altro che scontata. Secondo valutazioni dell’intelligence americana, l’accesso alle scorte sarebbe estremamente difficile: alcuni tunnel sarebbero stati minati, altri fatti crollare, mentre una parte del materiale potrebbe trovarsi in impianti danneggiati o ancora segreti.

Israele e il fronte libanese

Anche il cessate il fuoco presenta zone d’ombra. Per l’Iran, lo stop alle ostilità dovrebbe riguardare tutti i fronti, compreso il Libano. Ma resta da capire quale sarà la posizione di Israele. Il premier Benjamin Netanyahu non sembra intenzionato a interrompere le operazioni contro Hezbollah nel sud del Paese dei cedri, e questo rischia di rendere fragile qualunque intesa tra Washington e Teheran.

Nel frattempo, la diplomazia iraniana cerca di rassicurare i propri alleati. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha incontrato a Teheran gli ambasciatori di Russia e Cina, per riferire sugli ultimi sviluppi del negoziato. È il segno che il memorandum, anche se imminente, non chiude la partita. La apre a una fase nuova, in cui ogni parola del testo potrà diventare terreno di scontro.