Roberto Vannacci non entra nel centrodestra. Lo sfida. Dal palco dell’Auditorium della Conciliazione di Roma, dove è stata celebrata l’assemblea costituente di Futuro Nazionale, l’ex generale ha scelto la linea più dura: nessuna richiesta di ospitalità nella coalizione, nessun compromesso preventivo, nessun arretramento rispetto a un’identità rivendicata come più netta, più sovranista, più radicale di quella dei partiti oggi al governo.

Il messaggio è arrivato senza troppi giri di parole. Futuro Nazionale si presenta come la “destra autentica”, contrapposta a quella che Vannacci definisce una destra annacquata, piegata all’agenda di Mario Draghi, al Green Deal, alla linea europea e alla leadership della Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Una sfida diretta a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, che pure erano stati invitati alla kermesse romana ma hanno scelto una presenza minima, affidata a figure territoriali e non ai vertici nazionali.

Il gelo della coalizione

Il nodo politico è tutto qui. Vannacci non parla da alleato potenziale, ma da competitore interno allo stesso bacino elettorale. L’ex generale sostiene di non avere mai chiesto di aderire al centrodestra e ripete che collaborerà solo con chi accetterà le sue “linee rosse”. È una formula che lascia aperto uno spiraglio, ma alza il prezzo di qualunque intesa futura.

Nella maggioranza, la preoccupazione è evidente. Matteo Salvini teme più di altri l’effetto calamita del nuovo partito, anche perché Vannacci è stato eletto al Parlamento europeo con la Lega prima di rompere politicamente con il Carroccio. Giorgia Meloni osserva il fenomeno con attenzione, consapevole che un soggetto alla sua destra può sottrarre voti preziosi o costringerla a irrigidire la linea. Antonio Tajani, invece, resta il più distante da un possibile accordo, per ragioni politiche e di posizionamento europeo.

Secondo Reuters, Futuro Nazionale rivendica quasi centomila iscritti paganti e nei sondaggi si muove intorno al 4,6 per cento, una quota ancora limitata ma sufficiente, in uno scenario elettorale frammentato, a condizionare i rapporti di forza nel campo conservatore.

L’attacco al governo

Nel suo intervento, Vannacci ha colpito soprattutto il governo. Non ha citato direttamente Giorgia Meloni, ma il bersaglio era evidente quando ha accusato l’esecutivo di proseguire l’agenda europea, di sostenere la Commissione von der Leyen e di non distinguersi abbastanza dalle politiche che la destra aveva promesso di superare.

Il leader di Futuro Nazionale ha respinto l’accusa di favorire la sinistra, sostenendo che l’asse reale, a suo giudizio, sia quello tra popolari europei e socialdemocratici a Bruxelles. Da qui la formula scelta per la nuova contrapposizione: non più centrodestra contro centrosinistra, ma Futuro Nazionale contro globalismo, tecnocrazia europea e moderatismo di governo.

La linea è coerente con l’impostazione annunciata nelle settimane precedenti: un partito sovranista, anti-establishment, ostile al sostegno militare illimitato all’Ucraina, durissimo sull’immigrazione e interessato a occupare lo spazio politico lasciato libero da una destra di governo più atlantista e istituzionale.

Sovranismo e rottura

Sul palco romano sono tornati i temi identitari che hanno costruito il profilo pubblico di Vannacci: sovranità nazionale, remigrazione, critica alla stampa, polemica contro la cultura woke, distanza dalle élite europee. L’ex generale ha usato toni da mobilitazione, presentando i suoi sostenitori come una minoranza combattente e orgogliosa, chiamata a presidiare un’idea di destra che considera tradita dai partiti di governo.

L’assemblea costituente, convocata per il 13 e 14 giugno a Roma, era stata annunciata come il battesimo ufficiale del movimento. Il Corriere della Sera ha seguito la diretta dell’evento, riportando tra gli altri passaggi l’attacco alla stampa, la rivendicazione di non allearsi con chi sostiene l’agenda Draghi e la lettura della preghiera dei paracadutisti francesi.

Il fattore 2027

Le opposizioni leggono il caso in modo diverso. Carlo Calenda ritiene probabile che il centrodestra finisca per accordarsi con Vannacci all’ultimo momento utile, perché la legge elettorale spinge le coalizioni a non disperdere voti. Antonio Decaro considera invece il fenomeno minoritario, pur distante dalle sue posizioni. Gaetano Manfredi lo giudica il segnale di una rabbia sociale trasformata in proposta politica.

Il punto è che nessuno, oggi, può dire se Futuro Nazionale resterà un partito personale di protesta o diventerà una variabile strutturale della destra italiana. Vannacci parla come chi vuole restare fuori per pesare di più dentro. Il centrodestra, per ora, prova a non legittimarlo troppo e a non romperci del tutto. Ma la campagna per il 2027 è già cominciata, e l’ex generale ha scelto il modo più rumoroso per entrarci: dichiarare guerra politica proprio al campo da cui proviene.