L’ammissione di Vladimir Putin non cambia la linea del Cremlino, ma ne incrina la narrazione. La Russia, ha riconosciuto il presidente russo, non avanza in Ucraina con la rapidità sperata. Subito dopo è arrivata la correzione politica, con il richiamo a una progressione quotidiana, lenta ma costante. Il punto, però, resta quello più sensibile per Mosca: dopo oltre quattro anni di guerra, l’offensiva russa non produce più il movimento che il potere aveva promesso e che i settori più duri dell’apparato continuano a pretendere.

Il fronte che non corre

Nel Donbass, dove la propaganda russa ha costruito per mesi l’immagine di una pressione inarrestabile, il quadro è diventato più sfumato. Le forze di Mosca mantengono una presenza ampia nelle aree occupate e continuano a colpire lungo una linea del fronte estesa, ma l’avanzata appare più faticosa, più costosa, più esposta alla capacità ucraina di usare droni, sensori e sistemi robotici per frenare i movimenti russi.

Kiev rivendica recuperi territoriali nel 2026 e sostiene di aver sottratto ai russi più terreno di quanto ne abbia perso in alcune fasi recenti. Sono dati che restano difficili da verificare settore per settore, ma che confermano una tendenza ormai riconosciuta anche da osservatori occidentali: la guerra non è tornata a essere una manovra rapida. È una battaglia di logoramento nella quale ogni chilometro costa mezzi, uomini e consenso interno.

La trattativa che non parte

La frenata militare non ha ammorbidito la posizione politica di Putin. Il presidente russo continua a presentare il negoziato come possibile solo sulla base degli interessi di Mosca e delle cosiddette realtà sul terreno. Tradotto, significa chiedere a Kiev e ai suoi partner di accettare le conquiste russe e il quadro creato dall’annessione proclamata nel 2022 delle regioni di Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson.

Per Volodymyr Zelensky, questa resta la linea rossa. L’opinione pubblica ucraina appare più stanca della guerra e più disponibile a discutere formule diplomatiche rispetto ai primi anni dell’invasione, ma il riconoscimento formale della perdita di quattro regioni, anche solo parziale, rimane politicamente esplosivo. Soprattutto ora che Kiev ritiene di poter ancora incidere sul campo, colpendo la logistica russa e gli impianti energetici che alimentano la macchina bellica del Cremlino.

Missili, civili e rischio nucleare

La recrudescenza dei bombardamenti rende il quadro ancora più cupo. Le Nazioni Unite hanno verificato per maggio il numero più alto di vittime civili mensili degli ultimi quattro anni: 274 morti e 1.763 feriti. È un dato che racconta meglio di qualunque dichiarazione la trasformazione del conflitto in una guerra sempre più profonda contro città, infrastrutture e retrovie.

In questo contesto si inserisce il nuovo allarme ucraino sull’Oreshnik, il missile balistico a raggio intermedio che Mosca ha già impiegato contro l’Ucraina. Il sistema è potenzialmente compatibile con testate convenzionali o nucleari, ma non sono emersi piani verificati per l’uso di armi atomiche. La minaccia, tuttavia, pesa sul clima politico e psicologico della guerra: serve a intimidire Kiev, a parlare ai falchi russi e a ricordare all’Occidente che ogni escalation resta avvolta da un rischio più ampio.

Resta alta anche la tensione attorno alla centrale nucleare di Zaporizhzhia. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica, guidata da Rafael Grossi, ha chiesto massima moderazione dopo nuovi allarmi e interruzioni nelle comunicazioni e nelle linee elettriche di supporto. La centrale non produce energia da tempo, ma continua ad avere bisogno di alimentazione esterna per garantire le funzioni di sicurezza. Ogni incidente attorno all’impianto riporta il conflitto su un terreno nel quale l’errore può avere conseguenze regionali.

La guerra arriva sul mare e al G7

La pressione su Mosca non passa solo dal fronte. Nel Canale della Manica le forze britanniche hanno intercettato la petroliera Smyrtos, battente bandiera camerunense e ritenuta parte della flotta ombra russa. L’operazione, condotta con il coordinamento francese, è stata presentata dal premier Keir Starmer come un colpo al sistema con cui la Russia aggira le sanzioni e finanzia la guerra.

Nelle stesse ore, i servizi di sicurezza ucraini hanno rivendicato un attacco contro il terminal di Tamanneftegaz, nel Krasnodar, uno snodo energetico strategico nel sud della Russia. È la conferma di una campagna che Kiev definisce ormai parte della propria difesa: colpire raffinerie, depositi e terminal per ridurre la capacità russa di trasformare petrolio e gas in missili, droni e munizioni.

Il dossier ucraino arriva così al vertice del G7 di Évian, in Francia, con una novità politica evidente. Donald Trump e Zelensky parteciperanno alla stessa sessione di lavoro sull’Ucraina, ma al momento non è previsto un bilaterale formale. Il presidente americano resta defilato rispetto alla centralità assunta dagli alleati europei, che negli ultimi mesi hanno compensato almeno in parte il raffreddamento del sostegno statunitense.

Per Kiev è una condizione ambivalente. Da un lato il minor coinvolgimento della Casa Bianca riduce la certezza strategica e obbliga l’Europa a farsi carico di un peso più grande. Dall’altro, l’Ucraina ha guadagnato margini operativi e ha costruito una propria capacità di colpire in profondità, soprattutto con i droni. È anche per questo che l’ammissione di Putin pesa: non segna la fine della guerra, ma mostra che la guerra immaginata dal Cremlino non è più quella che sta combattendo.