Occhiello
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Romano Prodi torna a porre il problema politico che da anni attraversa l’Unione europea: la capacità di decidere. Intervistato, l'ex presidente del Consiglio e già presidente della Commissione europea ha indicato nella fine del diritto di veto uno dei passaggi necessari per restituire slancio al progetto comunitario.
Per Prodi, oggi all’Europa servirebbe “un fatto emozionale”, un’iniziativa capace di coinvolgere i cittadini come avvenne con l’introduzione dell’euro. La moneta unica, ha ricordato, fu un cambiamento radicale, eppure venne accettata perché percepita come un passo storico. Oggi, secondo l’ex premier, una scossa analoga potrebbe arrivare da un referendum informale sull’unanimità nelle decisioni europee.
Il nodo del veto
Il punto indicato da Prodi è il peso crescente del Consiglio, dove siedono i governi nazionali e dove, su alcune materie considerate sensibili, resta decisivo il consenso unanime degli Stati membri. Il meccanismo del veto, secondo l’ex premier, paralizza l’azione comune e rende difficile rispondere alle crisi internazionali, economiche e strategiche con la rapidità richiesta dal nuovo scenario globale.
La proposta è netta: passare alla decisione a maggioranza, “come in tutte le cose democratiche”. Non si tratterebbe soltanto di una modifica tecnica, ma di un cambio politico profondo. Significherebbe accettare che l’Unione europea possa scegliere anche quando uno o pochi governi nazionali non condividono la linea comune, superando una logica che spesso trasforma il dissenso di un singolo Paese in blocco dell’intera architettura europea.
Difesa e fisco, le tappe più difficili
Nel ragionamento di Prodi, la difesa comune viene subito dopo. È un tema ormai centrale, soprattutto dopo la guerra in Ucraina e il riassetto dei rapporti transatlantici, ma per l’ex premier non può essere affrontato senza una cornice decisionale più efficace. Un’Europa che decide all’unanimità rischia infatti di restare divisa proprio sulle questioni che richiedono maggiore coesione.
Ancora più complessa, nella sua lettura, è la politica fiscale comune. Prodi la considera il punto di arrivo, non quello di partenza. “Sarà l’ultima”, ha avvertito, consapevole che tasse, bilanci e risorse proprie toccano il cuore della sovranità nazionale e incontrano le resistenze più forti tra i governi.
Una sfida politica prima che istituzionale
Il messaggio dell’ex premier arriva in una fase in cui l’Unione europea è chiamata a misurarsi con guerre, competizione industriale, migrazioni, energia e sicurezza. La maggioranza qualificata è già il metodo ordinario in molte decisioni del Consiglio dell’Ue, ma l’unanimità resta prevista in ambiti sensibili come politica estera, sicurezza, fiscalità e alcune scelte istituzionali. È proprio lì che Prodi vede il rischio di un’Europa troppo lenta per incidere.
La sua proposta di referendum informale non avrebbe, di per sé, un effetto giuridico immediato. Avrebbe però un valore politico: chiedere direttamente ai cittadini se vogliono un’Europa capace di decidere a maggioranza. In questo senso, l’ex presidente della Commissione europea non parla soltanto ai governi, ma prova a riportare l’integrazione europea sul terreno del consenso popolare.
La domanda, in fondo, è se l’Unione europea possa continuare ad allargare ambizioni e responsabilità senza cambiare il proprio metodo decisionale. Per Prodi, la risposta è no. Senza una scelta politica forte, l’Europa rischia di restare un gigante normativo e commerciale, ma troppo fragile quando deve agire come soggetto politico.