Un fiore per ricordare, ma soprattutto per chiedere ancora verità e giustizia. Si è svolta all'ingresso del Parco Cellarulo l'iniziativa “Fame di Verità e Giustizia – In memoria di Esther Johnson”, promossa da Libera Benevento insieme ad associazioni, organizzazioni sindacali e realtà del territorio nel decimo anniversario dell'uccisione della giovane donna nigeriana, vittima di tratta e sfruttamento sessuale.
L'incontro ha rappresentato un momento di riflessione collettiva su una ferita che, a distanza di dieci anni, resta ancora aperta per la comunità beneventana. Una vicenda che continua a interrogare il territorio non solo per l'assenza di responsabili individuati per il femminicidio di Esther, ma anche perché richiama l'attenzione su fenomeni che non appartengono al passato.
«È una ferita ancora aperta perché il femminicidio di Esther Johnson non ha avuto responsabili», ha ricordato Maria Rosaria Ricci, referente del coordinamento provinciale di Libera. «Come accade per oltre l'80 per cento delle vittime innocenti delle mafie, non conosciamo chi abbia commesso l'omicidio. Per questo continuiamo a chiedere verità e giustizia».
Nel corso della manifestazione è stato sottolineato come la memoria di Esther continui a vivere anche attraverso esperienze concrete di accoglienza. Alla giovane sono infatti intitolate due case dedicate alle vittime di tratta: una a Benevento, gestita dalla cooperativa Sale della Terra nell'ambito del progetto Fuori Tratta, e una a Napoli.
Ma il ricordo si è trasformato anche in occasione per riflettere sull'attualità del fenomeno della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento sessuale. Secondo Libera, le politiche di accoglienza e di contrasto non riescono ancora a incidere efficacemente sulle reti criminali che alimentano questi traffici. Molte donne, spesso provenienti da contesti di estrema vulnerabilità, finiscono nelle mani degli sfruttatori dopo viaggi segnati da violenze e false promesse di lavoro.
Un tema che ha inevitabilmente riportato l'attenzione sul territorio sannita. Se dieci anni fa la presenza delle prostitute lungo il viale Principe di Napoli era visibile agli occhi di tutti, oggi il fenomeno appare meno evidente. Ma questo non significa che sia scomparso.
«Dopo l'omicidio di Esther c'è stato certamente un maggiore controllo da parte degli organi investigativi e quelle scene non si vedono più sul viale», ha spiegato Ricci. «Il sospetto, però, è che il fenomeno esista ancora, semplicemente si sia spostato altrove».
Da qui il messaggio emerso con forza durante l'iniziativa: la prostituzione non è più sulle strade, ma si è trasferita nelle abitazioni private, nelle periferie come nel centro storico. Una realtà spesso sotto gli occhi di tutti ma che troppo frequentemente si sceglie di ignorare.
Un fenomeno meno visibile rispetto al passato ma non per questo meno grave.
«Queste donne sono vittime due volte», è stato ribadito durante l'incontro. «Sono vittime della tratta e dello sfruttamento sessuale, ma anche della mercificazione del loro corpo».
A dieci anni dalla sua morte, il nome di Esther continua così a rappresentare una richiesta ancora attuale: non voltarsi dall'altra parte davanti alle nuove forme di schiavitù che attraversano le nostre città.