Fu assassinato nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la santa messa.
Erano le 7.20 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, di don Peppe Diana. Un camorrista lo affrontò con una pistola, sparando cinque proiettili: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Il sacerdote morì all'istante.
Gli assassini non si accontentarono di freddarlo, vollero pure scempiarne il corpo con ulteriori colpi di pistola al basso ventre per indicare falsamente un movente sessuale e così tentare di impedire che divenisse il simbolo del riscatto di un popolo vessato dalla criminalità organizzata.
Leone Melillo, ci aiuta a comprendere la figura del sacerdote. Ma da dove bisogna partire?
È necessario andare oltre il ricordo del suo martirio e approfondire le radici della sua formazione umana, culturale e spirituale. La sua testimonianza non nasce improvvisamente, ma è il risultato di un percorso di maturazione che si sviluppa all'interno di un contesto sociale estremamente difficile. Per capire chi fosse davvero, bisogna guardare sia agli studi teologici che hanno formato la sua coscienza sia alla realtà nella quale esercitò il suo ministero: una terra segnata dal potere pervasivo della camorra e dalla diffusione di una cultura della rassegnazione.
Quanto ha inciso il contesto sociale di Casal di Principe nella sua esperienza pastorale?
Ha inciso profondamente. Don Diana operava in un territorio nel quale la criminalità organizzata esercitava un'influenza capillare sulla vita quotidiana delle persone. La camorra non controllava soltanto l'economia o la politica, ma condizionava le relazioni sociali, le opportunità di sviluppo e persino il modo di pensare della comunità. In un simile contesto, scegliere di denunciare il sistema criminale significava esporsi a rischi concreti. Tuttavia, proprio questa realtà spinse don Peppino a interrogarsi sul significato autentico del suo essere sacerdote.
Quale idea di sacerdozio emerge dalla sua esperienza?
Don Diana maturò una concezione del sacerdozio profondamente radicata nel Vangelo e nella responsabilità verso la comunità. Comprese che un prete non può limitarsi all'amministrazione dei sacramenti o alla gestione delle attività parrocchiali. Essere sacerdote significa condividere le sofferenze e le speranze del popolo che gli è affidato. Per questo rifiutò l'idea di una Chiesa distante dai problemi reali e comprese che la fede non poteva essere separata dalla giustizia, dalla dignità umana e dalla difesa dei più deboli.
Perché la sua testimonianza è stata così scomoda?
Perché mise in discussione un sistema fondato sulla paura. Don Peppino comprese che il Vangelo non poteva essere utilizzato per giustificare il silenzio o l'adattamento alle ingiustizie. In una terra segnata dalla violenza, egli scelse di annunciare una parola di liberazione e di speranza. Non accettò che la rassegnazione diventasse normalità e denunciò apertamente i meccanismi di oppressione che soffocavano il territorio. Questa scelta lo rese inevitabilmente una figura scomoda.
Si può parlare di eroismo nel suo caso?
Più che di eroismo, sarebbe opportuno parlare di coerenza. Don Peppino non cercò il ruolo dell'eroe né desiderò diventare un simbolo. Scelse semplicemente di essere fedele alla propria coscienza e alla propria missione pastorale. La straordinarietà della sua testimonianza risiede proprio nella sua normalità: era un sacerdote che prese sul serio il Vangelo e ne trasse tutte le conseguenze, anche quando questo significava affrontare minacce, intimidazioni e pericoli.
In che modo la criminalità organizzata cercava di influenzare anche la dimensione religiosa?
In molti territori la criminalità organizzata ha tentato di costruire una propria legittimazione sociale attraverso simboli, rituali e forme di vicinanza apparente alla religione. Don Diana comprese con lucidità che tra il messaggio evangelico e la cultura mafiosa non poteva esistere alcuna compatibilità. Per lui non era possibile alcun compromesso tra chi annunciava la vita e chi costruiva il proprio potere sulla violenza e sulla morte. Questa consapevolezza rappresenta una delle chiavi fondamentali per comprendere il suo pensiero e la sua azione pastorale.
Qual è il significato più profondo della sua testimonianza oggi?
Il messaggio di don Peppino conserva una straordinaria attualità perché continua a interrogare le coscienze. In una società che spesso alimenta sfiducia, individualismo e rassegnazione, la sua vita ricorda che il cambiamento è possibile. La speranza che egli testimoniò non era un sentimento passivo, ma una forza capace di generare responsabilità e impegno. È una speranza che invita ciascuno a non considerare inevitabili le ingiustizie e a credere nella possibilità di costruire comunità più giuste.
C'è un riferimento spirituale che sintetizza il suo percorso umano e sacerdotale?
Sì. Poco prima dell'ordinazione sacerdotale, don Peppino scelse come programma di vita alcune parole del Salmo 22: «Salvami dalla bocca del leone e dalle corna dei bufali. Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea». Questi versetti esprimono in modo straordinario il senso della sua missione: affidarsi a Dio senza rinunciare al dovere della testimonianza. Una fedeltà che egli mantenne fino alla fine.
La sua eredità è ancora viva nel territorio?
Assolutamente sì. La sua eredità continua a manifestarsi attraverso numerose esperienze di impegno civile, inclusione sociale e promozione della legalità. Un esempio significativo è rappresentato dal riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Luoghi che un tempo simboleggiavano il potere mafioso sono diventati spazi di lavoro, solidarietà e partecipazione democratica.
Può fare un esempio concreto di questa eredità?
Nel 2019 una delegazione di imprenditori sociali albanesi e rappresentanti dell'Agenzia Nazionale Albanese per i beni confiscati ha visitato il territorio di Casal di Principe per conoscere le buone pratiche sviluppate grazie al riutilizzo dei beni sottratti alla criminalità. Tra le realtà visitate vi furono l'associazione “La Forza del Silenzio”, ospitata in un immobile confiscato a Francesco Schiavone, detto Sandokan, e il ristorante Nuova Cucina Organizzata. Queste esperienze dimostrano concretamente come sia possibile trasformare simboli del potere criminale in strumenti di sviluppo e riscatto collettivo.
Qual è, in definitiva, l'insegnamento che don Peppino Diana lascia alle nuove generazioni?
L’insegnamento più importante è che ciascuno può fare la propria parte. Don Peppino non era un uomo straordinario nel senso comune del termine; era una persona che ha scelto di non rimanere indifferente. La sua storia dimostra che la legalità, la giustizia e la dignità umana non sono principi astratti, ma responsabilità concrete che richiedono coraggio, coerenza e partecipazione. È per questo che la sua testimonianza continua a parlare ancora oggi: perché ricorda che la speranza, quando si traduce in azione, può diventare una forza capace di cambiare la storia.