Benevento

Mettiamola così: l'avvocato penalista serve davvero, e a cosa? E' l'interrogativo al centro del terzo dei Dialoghi sulla giustizia ideati dall'avvocato Matteo De Longis, presidente di Fondamenta Ets. Che, ripercorrendo la sua tesi, ha 'sparato' subito ad alzo zero, definendola “un atto di accusa contro la professione, contro la sua immoralità intrinseca”. Il motivo? “All'avvocato non interessa la verità, eccepisce una norma solo per far assolvere il suo cliente, ed è falso ed ipocrita sostenere che si occupa dei diritti, non della persona, perchè non esiste diritto senza persona, una pena senza un corpo che la subisca. E' l'unica professione che non ha come fine il bene ma solo un utile particolare: l'onorario. A noi non è mai interessata la giustizia, che quotidianamente sabotiamo”. Argomentazioni fortemente provocatorie delle quali erano a conoscenza preventivamente coloro che hanno relazionato alla libreria Ubik, intervallati dalla lettura di alcuni passi filosofici affidata a Natale Cutispoto.

Il giudice Simonetta Rotili ha ricordato che “l'avvocato mette in discussione tutti i dati del processo, che ha lo scopo di cercare la verità, ed è una figura centrale per evitare che i poteri statuari possano degenerare nell'arbitrio e nell'abuso”. Ecco perchè – ha aggiunto – "è un farmaco necessario, senza il quale il processo non ha significato. E' un tecnico che deve conoscere e maneggiare le regole e, in caso di falle, intervenire per il rispetto delle garanzie e dei diritti, la cui tutela è fondamentale in una società tecnocratica”.

L'avvocato Vincenzo Regardi ha individuato nella tesi di De Longis “un gravissimo errore: la verità calata nel processo prima dell'avvocato. Il giudice ha l'obiettivo di accertare la verità attraverso le regole di uno Stato di diritto che da noi non può fidarsi di se stesso. La difesa eccepisce ciò che non fa comodo al cliente, ma il Pm fa esattamente lo stesso”. Il passaggio successivo è stato riservato “ai circa 32500 casi di riparazione per ingiusta detenzione e indennizzi per errore giudiziario registrati dal 1991 all'ottobre 2025, 928 ogni anno. Significa che la verità che il difensore affronta non è quella di Dio, è una verità ricostruita, soggetta ad errori, suggestioni e manipolazioni. Lo Stato di diritto ammette che può sbagliare, il difensore pretende la verifica della tesi del Pm, se ha rispettao le regole, quelle che la giustizia deve seguire. Senza difensore saremmo espsoti alla vendetta del burocrate di turno”.

Dal canto suo, il filosofo Dario Melillo ha sottolineato che “il penalista non è il problama, si muove in una tensione che vede da un lato la ricerca della verità e dall'altro la protezione dalla violenza e l'evitare i soprusi”. E ancora: "La verità come destino è un'idea totalitaria, l'avvocato istituzionallizza il principio della contestazione, mette in dubbio, per fortuna, le certezze. Anche di fronte ad un fatto efferato ed acclarato c'è il limite della legge”.