La resa alla crisi. Keir Starmer ha annunciato le dimissioni da primo ministro britannico e da leader del Partito laburista, chiudendo una stagione politica durata meno di due anni e cominciata con una maggioranza parlamentare che sembrava inattaccabile. Davanti a Downing Street, accanto alla moglie Victoria Starmer, il premier ha rivendicato il lavoro compiuto per ricostruire un partito arrivato al governo dopo anni di opposizione, ma ha riconosciuto che la domanda posta ormai da molti laburisti non era più rinviabile: se fosse ancora lui la persona giusta per guidare il Paese e il partito fino alle prossime elezioni.
La risposta è arrivata con un passo indietro. Starmer resterà in carica fino alla scelta del successore, ma il centro di gravità politico si è già spostato verso Andy Burnham, sindaco di Greater Manchester e volto più riconoscibile dell’ala territoriale e popolare del laburismo. Il passaggio potrebbe completarsi entro la ripresa dei lavori parlamentari di settembre, salvo una competizione interna più aspra del previsto.
Il fattore Burnham
Per Burnham, soprannominato da anni il “re del Nord”, si apre la partita più importante della carriera. Ex ministro, ex candidato alla leadership laburista, amministratore di una delle aree urbane più simboliche del Paese, ha costruito il proprio profilo politico lontano da Westminster, facendo leva su trasporti, sanità locale, lavoro e rappresentanza delle regioni settentrionali.
La sua forza è anche il limite della sfida che lo attende. Burnham parla a un elettorato che il laburismo teme di perdere di nuovo, ma arriverebbe a Downing Street senza passare da elezioni generali e con un Paese segnato da crescita debole, pressione sui conti pubblici, malcontento sociale e sfiducia verso la politica. Per il Labour, la sostituzione del leader è una scommessa: cambiare volto prima che la crisi diventi irreversibile.
Dieci anni dopo la Brexit
Il dato più politico resta il contesto. Dal referendum sulla Brexit, il Regno Unito ha consumato una sequenza di primi ministri che racconta meglio di qualunque analisi la fragilità del sistema: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak, ora Keir Starmer, e presto forse Andy Burnham. Sette premier in un decennio, con maggioranze diverse ma una stessa difficoltà: trasformare il voto del 2016 in una nuova stabilità nazionale.
Starmer era arrivato al potere promettendo competenza, serietà e riparazione istituzionale dopo gli anni convulsi dei conservatori. Ma proprio la sua idea di governo, più amministrativa che politica, si è rivelata fragile. Le retromarce, gli errori di comunicazione, le tensioni interne e alcune nomine controverse hanno consumato rapidamente il capitale accumulato nel 2024.
Il crollo di un mandato
A pesare sono stati anche i segnali arrivati dal Paese reale. Il costo della vita, la pressione sui servizi pubblici, l’immigrazione, la sicurezza e la percezione di un governo incapace di imprimere una svolta hanno alimentato un malcontento che il premier non è riuscito a intercettare. Starmer ha provato a presentarsi come garante dell’ordine e della responsabilità, ma il messaggio non è bastato a contenere l’erosione del consenso.
Nel partito, la convinzione che il leader potesse ancora guidare il Labour verso il prossimo voto si è sgretolata nel giro di poche settimane. Anche ministri e parlamentari considerati vicini al premier hanno cominciato a chiedere un calendario chiaro per l’uscita di scena, temendo che un logoramento prolungato potesse consegnare l’iniziativa agli avversari.
La nuova incognita britannica
Ora il Regno Unito entra in una nuova fase di transizione. Se Burnham riuscirà a imporsi senza una lunga guerra interna, avrà poche settimane per definire una linea di governo, ricostruire il rapporto con il partito parlamentare e parlare a un Paese stanco di promesse interrotte. Se invece la successione si trasformerà in una resa dei conti, il laburismo rischierà di bruciare anche il vantaggio costruito con la vittoria del 2024.
La caduta di Starmer non è soltanto la fine di una leadership. È un altro capitolo della lunga instabilità britannica aperta dalla Brexit, una stagione in cui ogni premier ha promesso di chiudere la crisi e ha finito per esserne travolto. Ora tocca a Burnham dimostrare che il “re del Nord” può governare anche da Downing Street.