La corsa contro il calendario. La maggioranza prova ad accelerare sulla legge elettorale, ma il percorso alla Camera si annuncia stretto e politicamente rischioso. Il dito sarà puntato sulle opposizioni, accusate di allungare i tempi dell’esame parlamentare. Dietro l’eventuale richiesta di fiducia in Aula, però, c’è anche un problema tutto interno al centrodestra: gli emendamenti di Fratelli d’Italia per introdurre le preferenze.

La partita si apre oggi in Commissione Affari costituzionali, dove il testo dovrà essere licenziato entro la settimana se la maggioranza vuole rispettare il calendario immaginato. L’obiettivo è portare la riforma in Aula entro la fine del mese, sfruttare il contingentamento dei tempi e arrivare al primo via libera entro metà luglio.

Se il calendario dovesse saltare, il provvedimento rischierebbe di essere rinviato a luglio con tempi molto più incerti. Per questo, nei gruppi di maggioranza si ragiona su una doppia strada: forzare l’approdo in Aula anche senza mandato al relatore oppure arrivare alla fiducia, blindando il testo e sterilizzando gli emendamenti più divisivi.

Il nodo delle preferenze

Il punto politico resta la proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze. La modifica è sostenuta da una parte del partito di Giorgia Meloni, ma incontra la contrarietà degli alleati. Lega e Forza Italia temono che l’introduzione delle preferenze possa alterare l’equilibrio complessivo della riforma e riaprire una trattativa che la maggioranza considera già fragile.

Il problema è anche tecnico-parlamentare. Se il governo ponesse la fiducia, gli emendamenti non verrebbero votati. In quel caso la responsabilità politica dello stop alle preferenze sarebbe coperta dalla necessità di chiudere i tempi. Se invece si arrivasse al voto, il rischio sarebbe una conta segreta dall’esito imprevedibile.

Dentro la maggioranza circola anche un’altra ipotesi: lasciare che l’emendamento venga votato e bocciato con il concorso degli alleati e di parte delle opposizioni. Ma il voto segreto rende la manovra delicata. Alcuni deputati di Fratelli d’Italia potrebbero non sostenere fino in fondo la proposta, consentendo così a Lega e Forza Italia di evitare lo strappo senza apparire come gli unici responsabili della bocciatura.

La fiducia come via d’uscita

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha detto di sperare di non dover ricorrere alla fiducia a Montecitorio, ricordando però che in passato anche altri governi l’hanno utilizzata sulla legge elettorale. La formula è prudente, ma lascia aperta l’opzione più drastica.

Il presidente della Commissione Affari costituzionali, Nazario Pagano, non registra al momento una disponibilità della maggioranza a far slittare il testo a luglio. La linea resta quindi quella dell’accelerazione, anche perché un rinvio renderebbe l’esame più lungo e offrirebbe alle opposizioni più spazio per rallentare l’iter.

Le minoranze, dal canto loro, chiedono tempi pieni di discussione. La deputata del Movimento 5 Stelle Vittoria Baldino ha auspicato che la commissione possa esaminare tutto senza forzature. Ma il calendario imposto dalla maggioranza riduce i margini di trattativa.

Una riforma appesa agli equilibri interni

La legge elettorale, più che un semplice dossier tecnico, sta diventando una prova di tenuta per il centrodestra. La maggioranza vuole presentarsi compatta, ma il tema delle preferenze mette in evidenza interessi diversi tra i partiti. Per Fratelli d’Italia il voto personale può essere uno strumento di radicamento e legittimazione. Per gli alleati, invece, rischia di rafforzare il partito maggiore e di rendere più difficile la gestione delle candidature.

Se le preferenze passassero, avvertono fonti di maggioranza, l’intero impianto della riforma potrebbe saltare. Se venissero affossate senza voto, il malumore resterebbe dentro Fratelli d’Italia. È in questa strettoia che il governo valuta la fiducia: non solo per fermare l’ostruzionismo, ma anche per evitare che la legge elettorale diventi il terreno di una resa dei conti interna.