Il segreto del colpo. Una banda di professionisti, un piano studiato per settimane e forse una talpa capace di indicare il punto esatto in cui colpire. A poco più di due mesi dalla rapina alla filiale Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, al Vomero, le indagini dei carabinieri e della Procura di Napoli sembrano entrate nella fase decisiva. Il colpo che il 16 aprile ha tenuto una città con il fiato sospeso, con venticinque ostaggi rinchiusi nella banca e i rapinatori in fuga dal sottosuolo, potrebbe presto avere nomi e volti.
Gli inquirenti mantengono il massimo riserbo. Ma nelle carte dell’indagine ci sarebbero già i primi sospettati, figure considerate esperte, abituate ai colpi nei caveau e ai passaggi sotterranei. Secondo la pista investigativa, il commando avrebbe potuto contare su informazioni molto precise: la distribuzione interna dei locali, la posizione del caveau, il sistema degli allarmi, i varchi più vulnerabili e i tempi necessari per muoversi senza essere intercettato.
È questo il punto che più interessa gli investigatori: capire chi abbia fornito quelle indicazioni. Un basista, forse insospettabile, avrebbe permesso alla banda di trasformare una rapina ad alto rischio in un’azione chirurgica. Non una semplice soffiata, ma una mappa operativa dell’istituto di credito.
La banda del sottosuolo
La convinzione degli investigatori è che dietro il colpo ci sia un gruppo organizzato, composto da specialisti legati agli ambienti delle “paranze” storicamente radicate tra Rione Sanità, Tribunali e piazza San Gaetano. Gente capace di scavare, orientarsi nei cunicoli, usare macchinari industriali e aprire cassette di sicurezza in tempi rapidi.
Alcuni elementi rafforzano questa lettura. La banda avrebbe utilizzato telefoni dedicati, apparecchi “usa e getta” per ridurre il rischio di intercettazioni. I ruoli sarebbero stati divisi con precisione: chi entrava dalla porta principale, chi gestiva gli ostaggi, chi lavorava dal sottosuolo, chi svuotava le cassette, chi garantiva la fuga. Una struttura da commando, più che da rapinatori improvvisati.
Nelle verifiche sono finiti anche presunti falsi alibi. Alcuni sospettati avrebbero provato a costruire coperture per tenersi lontani dai controlli, facendo riferimento a viaggi mai avvenuti o a certificati medici. Anche su questo fronte potrebbero emergere nuove complicità.
La mattina dell’assedio
La ricostruzione parte dalla tarda mattinata del 16 aprile. Tre uomini entrano nella filiale del Crédit Agricole da una delle porte principali. Hanno il volto coperto da calzamaglie e maschere. Poco prima hanno parcheggiato in strada un’Alfa Romeo Giulietta nera con targa di cartone clonata, poi risultata rubata in provincia di Caserta.
Impugnano pistole giocattolo, copie realistiche di armi vere. In pochi istanti bloccano dipendenti e clienti e rinchiudono venticinque persone in uno stanzino accessibile con badge. È il diversivo decisivo. Mentre l’attenzione delle forze dell’ordine si concentra sulla liberazione degli ostaggi, dal sottosuolo altri componenti del gruppo raggiungono un locale accanto al caveau e cominciano a svuotare le cassette di sicurezza.
Saranno circa quaranta quelle razziate prima della fuga. L’assalto si trasforma in un caso nazionale. La banca viene circondata dai carabinieri, arrivano i vigili del fuoco, la zona viene isolata. Intorno alle 13.30 una vetrata affacciata su via Ugo Niutta viene sfondata per consentire agli ostaggi di uscire. Ma l’incubo non finisce subito.
La fuga prima del blitz
Per ore resta il dubbio che i rapinatori siano ancora barricati all’interno. L’assedio prosegue fino al pomeriggio. Solo quando i reparti speciali del Gis dei carabinieri entrano nell’istituto, intorno alle 17, diventa chiaro che la banda non è più lì. I rapinatori sono già spariti, inghiottiti dalla rete sotterranea attraverso la quale una parte del commando era entrata.
È il dettaglio che ha reso il colpo quasi cinematografico. Mentre fuori si trattava per gli ostaggi e la città seguiva in diretta la tensione davanti alla banca, sotto il pavimento si consumava la parte più importante dell’azione: l’apertura delle cassette e la ritirata. Un piano costruito per sfruttare ogni minuto di confusione.
La presenza degli ostaggi, nella lettura degli investigatori, non sarebbe stata soltanto una conseguenza della rapina, ma un elemento del piano. Un gigantesco diversivo, utile a guadagnare tempo e a concentrare l’intervento delle forze dell’ordine nella parte visibile della scena.
Il collegamento con altri colpi
Gli investigatori stanno verificando anche possibili legami con altre rapine attribuite alla cosiddetta “banda del buco”. In particolare, l’attenzione si è concentrata sul colpo del 16 gennaio 2023 ai danni della filiale di Giugliano della Banca Popolare di Milano, al centro di un’inchiesta della Procura di Napoli Nord sfociata di recente in dodici ordinanze di custodia cautelare.
Il confronto tra modalità operative, strumenti utilizzati e profili dei sospettati potrebbe aiutare a capire se il colpo del Vomero sia stato eseguito dallo stesso circuito criminale o da una formazione collegata. Per ora, gli inquirenti procedono con cautela. Ma il quadro appare ogni giorno più nitido.
La svolta attesa
Il fascicolo è coordinato dalla pm Federica D’Amodio, del pool Sicurezza urbana della Procura di Napoli, guidata dal procuratore Nicola Gratteri. Le ipotesi investigative ruotano attorno a rapina aggravata, sequestro di persona e possibili complicità interne o esterne all’istituto.
La vera domanda resta una sola: chi ha aperto la strada alla banda? Perché per arrivare al caveau, conoscere i percorsi, evitare gli allarmi e sparire nei cunicoli non bastava il mestiere. Serviva sapere. Ed è su quella conoscenza che ora si concentra la caccia al basista.
La rapina che ha beffato Napoli e messo sotto scacco una filiale bancaria nel cuore del Vomero si avvicina così alla sua fase conclusiva. Dopo il colpo, la fuga e il mistero, gli investigatori puntano alla puntata finale: identificare chi ha scavato, chi ha razziato, chi ha coperto e soprattutto chi ha tradito.