C'è una domanda che mi accompagna da anni e che oggi, rileggendo un interessante articolo di Nicoletta Cinotti di qualche mese fa, dedicato alla figura del poeta in azienda, è tornata a bussare alla porta della mia coscienza: davvero cultura, impresa e poesia appartengono a mondi diversi? Per molto tempo abbiamo pensato di sì. Da una parte i manager, i professionisti e gli imprenditori, dall'altra i poeti, gli artisti e i sognatori; da una parte il profitto e dall'altra la bellezza. Come se efficienza e immaginazione fossero nemiche giurate. Come se la sensibilità fosse un ostacolo alla lucidità. Eppure la storia racconta altro.

L'articolo cita la figura di David Whyte, poeta e filosofo inglese che da anni lavora accanto ai manager di grandi industrie e agenzie internazionali come Boeing e NASA. Whyte sostiene che i luoghi di lavoro siano pieni di persone che recitano una parte, che indossano maschere professionali dietro cui finiscono per scomparire la paura, il dubbio, l'entusiasmo e perfino il desiderio. È una riflessione che colpisce perché riguarda tutti noi. Non soltanto chi dirige un'azienda, ma chiunque abbia confuso il ruolo con la persona. Per Whyte la poesia non serve a rendere il lavoro più gradevole, serve a renderlo più vero. È una differenza enorme. Significa ricordare che dietro ogni decisione, ogni strategia e ogni progetto ci sono esseri umani prima ancora che professionisti.

Non è un caso che accanto a Whyte vengano spesso citati autori e performer come Tucker Bryant, IN-Q o Sekou Andrews, chiamati da altre aziende e organizzazioni a sviluppare ciò che nessun algoritmo riesce ancora a misurare: la capacità di ascolto, l'immaginazione e la costruzione di significati condivisi. Perché un'azienda non è fatta di numeri. È fatta di persone. E le persone non si muovono soltanto attraverso la logica. Hanno bisogno di senso. Yuval Harari scrive che "in un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere". È una frase che condivido profondamente. Ma credo che oggi la lucidità, da sola, non basti più. Occorrono anche cultura, fantasia e cuore. L'intelligenza artificiale renderà disponibili informazioni sempre più precise e veloci e ciò che continuerà a distinguerci sarà la capacità di attribuire un significato a quelle informazioni e di trasformarle in visione. In altre parole, nella nostra umanità. Forse per questo, negli ultimi anni, ho smesso di considerare la poesia un'attività separata dal resto della mia vita. Non è un passatempo.

Non è un'evasione. È un modo di guardare il mondo. Lo stesso sguardo che porto nella professione medica quando ascolto un paziente. Lo stesso che cerco di trasferire nelle attività associative e nei progetti imprenditoriali che ho contribuito a costruire. Perché ogni impresa nasce due volte: prima nell'immaginazione e poi nella realtà. La poesia non insegna a redigere un business plan. Non insegna il marketing o la finanza. Insegna qualcosa di più raro: a vedere ciò che ancora non esiste, a guardare anche oltre l'orizzonte del presente.

A riconoscere connessioni invisibili, a immaginare possibilità. In una mia poesia ho scritto: "Il tuo tessuto è infinito / Continua in quello altrui". Forse è proprio questo il cuore della questione. Nessuna organizzazione cresce davvero quando le persone si limitano a condividere procedure. Cresce quando condividono significati, quando smettono di fingere - per usare l'espressione evocata da Whyte - o quando il manager non teme di mostrare la propria fragilità; quando il professionista non rinuncia alla propria sensibilità. Quando l'imprenditore comprende che il capitale più prezioso non è quello economico ma quello umano. Dopo tutto, le idee migliori non nascono quasi mai dalla certezza, ma dall'ascolto, dalla curiosità, dalla capacità di abitare le domande. Esattamente il territorio in cui la poesia vive da sempre. Non credo che le aziende abbiano bisogno di più poeti.

Credo che abbiano bisogno di meno persone costrette a nascondere il poeta che portano dentro. Perché è lì che la competenza incontra la visione. È lì che la lucidità incontra il cuore. Ed è lì che il lavoro smette di essere soltanto produzione di valore e diventa, finalmente, produzione di senso.