La requisitoria della Procura di Roma nel processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni si è aperta con parole che segnano uno dei passaggi più duri dell’intero dibattimento. Davanti alla Corte d’Assise, nell’aula bunker di Rebibbia, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha ricostruito il cuore dell’accusa contro quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, indicando nella vicenda non solo l’eliminazione di un giovane ricercatore italiano, ma l’esercizio organizzato della violenza da parte di uomini dello Stato.
Per l’accusa, ciò che il processo è chiamato a giudicare non è soltanto la morte di Giulio Regeni, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo. È il sequestro di un uomo inerme, sottratto a ogni garanzia, e la tortura usata come strumento di dominio. Una violenza, ha sostenuto la Procura, che avrebbe privato il ricercatore non solo della libertà e della vita, ma della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti.
La requisitoria della Procura
Nel suo intervento, Colaiocco ha insistito sulla natura istituzionale delle responsabilità contestate. Secondo la ricostruzione dell’accusa, a colpire Regeni non furono criminali comuni, ma uomini appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani. Proprio questo, nella prospettiva della Procura, attribuisce al delitto una dimensione ulteriore: quando la forza pubblica, nata per proteggere, diventa strumento di oppressione, non viene colpita soltanto la vittima, ma l’idea stessa di legalità.
Il processo riguarda quattro imputati egiziani, appartenenti ai servizi di sicurezza, accusati a vario titolo per il sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore friulano. Il dibattimento, segnato da ostacoli procedurali, assenze degli imputati e tensioni diplomatiche mai sopite, è arrivato alla fase delle conclusioni dell’accusa dopo anni di udienze, testimonianze e perizie.
Il nodo delle menzogne
La requisitoria ha assunto anche il tono di una risposta alle versioni costruite negli anni attorno alla morte di Giulio Regeni. Per la Procura, il processo è anche un giudizio contro le menzogne, i depistaggi e le narrazioni alternative che hanno accompagnato la vicenda fin dalle prime fasi dell’inchiesta. La morte del ricercatore, secondo l’accusa italiana, non fu un episodio isolato né il risultato di una fatalità, ma l’esito di un sistema di controllo, sospetto e violenza.
Nel corso degli anni, la famiglia Regeni, con Paola Deffendi e Claudio Regeni, ha mantenuto viva la richiesta di verità e giustizia, trasformando il caso in una questione nazionale e internazionale. La loro presenza costante ha dato al processo un significato che va oltre il perimetro giudiziario: la ricerca della responsabilità penale si intreccia con la difesa dello Stato di diritto e con il rifiuto dell’impunità.
Una ferita ancora aperta
A dieci anni dal rapimento, il caso Regeni resta una delle vicende più dolorose nei rapporti tra Italia ed Egitto. La requisitoria della Procura riporta al centro dell’aula non solo le prove raccolte, ma anche il valore politico e civile del processo. Nelle parole dell’accusa, la tortura diventa la negazione assoluta della persona, il punto in cui il potere si trasforma in arbitrio e cancella ogni limite imposto dalla legge.
La fase aperta a Rebibbia prepara il terreno alle richieste finali dell’accusa e ai successivi interventi delle parti. Il processo, ancora lontano dall’essere soltanto una vicenda del passato, continua a interrogare istituzioni, diplomazia e opinione pubblica su un principio essenziale: nessun potere può sottrarsi alla responsabilità quando la vita e la dignità di una persona vengono annientate.