Ventidue anni di carcere per Antonello Lovato. È la richiesta formulata dalla Procura della Repubblica di Latina nel processo per la morte di Satnam Singh, il bracciante agricolo indiano deceduto nel giugno 2024 dopo un gravissimo incidente sul lavoro nell’Agro Pontino. La requisitoria, sostenuta dalla procuratrice aggiunta Luigia Spinelli insieme alla pm Marina Marra, è durata quasi due ore e ha ricostruito davanti al Tribunale una vicenda definita dall’accusa “gravissima”, segnata dalla condizione di irregolarità del lavoratore, dalla mancanza di contratto e dalla mancata attivazione tempestiva dei soccorsi.

Il processo è entrato così nella fase conclusiva. Le arringhe della difesa sono previste per il 7 luglio, giorno in cui è attesa anche la sentenza. Lovato, imprenditore agricolo di 39 anni, è accusato di omicidio volontario con dolo eventuale per avere, secondo l’impostazione della Procura, abbandonato il lavoratore ferito e omesso i soccorsi dopo l’incidente.

La requisitoria dell’accusa

Per la Procura, la morte di Satnam Singh non fu una fatalità inevitabile. La procuratrice aggiunta Spinelli ha insistito sul punto centrale dell’accusa: il bracciante era vivo e poteva essere salvato con una semplice telefonata al 118. Secondo la ricostruzione portata in aula, il lavoratore venne gravemente ferito da un macchinario agricolo irregolare e pericoloso, poi caricato su un furgone e lasciato nei pressi della sua abitazione a Borgo Bainsizza, senza che il datore di lavoro chiamasse immediatamente i soccorsi.

Nella requisitoria è stato sottolineato che Satnam Singh era un lavoratore invisibile: senza permesso di soggiorno, senza contratto, impiegato in una condizione di fragilità che, secondo l’accusa, ne avrebbe aggravato l’esposizione allo sfruttamento. La Procura ha descritto macchinari fuori norma e una catena di decisioni che avrebbe impedito al bracciante di ricevere subito l’assistenza sanitaria necessaria.

“Bastava una telefonata”

Uno dei passaggi più duri dell’intervento dell’accusa ha riguardato la condotta successiva all’infortunio. Per le pm, Lovato avrebbe avuto piena percezione della gravità dell’incidente. Non servivano competenze mediche, è stato sostenuto in aula, per comprendere che il lavoratore ferito aveva bisogno immediato di aiuto.

Secondo la ricostruzione accusatoria, il bracciante venne trasportato e lasciato davanti casa. A chiamare i soccorsi furono i vicini, non il datore di lavoro. La Procura ha chiesto di non riconoscere le attenuanti generiche all’imputato, ritenendo centrale l’ostinazione con cui, nonostante le condizioni evidenti della vittima, non sarebbe stato attivato il soccorso urgente.

Il risarcimento e la posizione dell’imputato

In apertura di udienza, la difesa di Antonello Lovato, rappresentata dall’avvocato Mario Antinucci, ha chiesto l’acquisizione del libretto su cui sono state versate le somme destinate al risarcimento della moglie di Satnam Singh, Soni Soni, e dei familiari della vittima. Lo stesso imputato ha dichiarato di voler continuare a sostenere economicamente la donna e i parenti del bracciante.

La Procura, tuttavia, ha mantenuto ferma la propria valutazione sulla gravità dei fatti. La richiesta di 22 anni arriva al termine di un procedimento che ha tenuto insieme l’accertamento penale della morte del lavoratore e il tema più ampio delle condizioni nei campi, del lavoro nero e dello sfruttamento della manodopera agricola.

La voce dei sindacati

In aula erano presenti anche le organizzazioni sindacali costituitesi parte civile. La Cgil di Roma e Lazio, la Flai Cgil di Roma e Lazio, la Camera del Lavoro Cgil di Frosinone Latina e la Flai Cgil di Frosinone e Latina hanno definito l’udienza un passaggio importante nella ricerca di verità e giustizia per un lavoratore la cui morte ha colpito profondamente il Paese.

Per i sindacati, la vicenda va oltre il singolo processo. Il caso Satnam Singh è diventato il simbolo di un sistema in cui vulnerabilità sociale, irregolarità amministrativa e sfruttamento lavorativo possono trasformarsi in una condanna senza appello. La richiesta è che la sentenza accerti le responsabilità penali e restituisca dignità alla memoria del bracciante e al dolore della sua famiglia.

Una morte che interroga il Paese

La morte di Satnam Singh resta una ferita aperta per l’Agro Pontino e per l’Italia. Dietro il procedimento giudiziario c’è una domanda più ampia sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sul caporalato e sulla capacità delle istituzioni di proteggere chi vive ai margini, spesso senza documenti e senza voce.

Il 7 luglio il processo entrerà nel suo passaggio decisivo, con le arringhe difensive e la sentenza. Fino ad allora resta la richiesta della Procura: 22 anni per Antonello Lovato, perché, secondo l’accusa, quella morte non fu soltanto il risultato di un incidente, ma l’esito di una scelta. Non chiamare i soccorsi.