L’ingorgo dello Stretto di Hormuz cambia direzione. Per settimane la priorità è stata uscire dal Golfo Persico, dopo la paralisi provocata dal conflitto tra Stati Uniti e Iran. Ora, mentre l’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite avvia il piano per liberare centinaia di navi e portare fuori oltre 11 mila marittimi, davanti all’imbocco orientale dello Stretto si forma una nuova coda: petroliere, gasiere e cargo vogliono entrare per caricare petrolio, gas e merci nei porti della regione.

Il corridoio per uscire

Il piano di evacuazione sarà graduale. Secondo l’Imo, le garanzie di sicurezza sono state raccolte dopo settimane di contatti con gli attori regionali e con l’industria marittima. Le navi saranno indirizzate verso rotte temporanee, una più vicina alla costa iraniana e una più a sud, sotto coordinamento dell’Oman. L’obiettivo è evitare il ritorno caotico al traffico ordinario, in un tratto di mare dove restano rischi di collisione e dove le rotte abituali sono state giudicate non ancora pienamente sicure.

La novità operativa è che i transiti dovrebbero avvenire con sistemi di identificazione e comunicazioni di bordo attivi, segnale di una fase meno incerta rispetto ai passaggi più rischiosi delle ultime settimane. La riapertura, tuttavia, non significa normalità immediata. Lo Stretto resta una strozzatura strategica per il commercio mondiale e ogni rallentamento si riflette sui tempi di carico, sulle assicurazioni, sui noli e sui prezzi dell’energia.

La corsa al petrolio

Mentre una parte delle navi attende di uscire, un’altra preme per entrare. I tracciamenti satellitari mostrano un accumulo di grandi imbarcazioni davanti alle coste di Sohar e Fujairah, sul lato orientale dello Stretto. Secondo le ricostruzioni rilanciate dai mercati internazionali, molte unità sono vuote e attendono di raggiungere terminali petroliferi e impianti del Golfo. Il motivo è semplice: chi arriva prima carica prima, in un momento in cui ogni giorno di ritardo pesa sui contratti e sulle consegne.

Le grandi petroliere richiedono spesso molte ore per completare le operazioni di carico. Per questo la riapertura può trasformarsi rapidamente in un nuovo collo di bottiglia. Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar e Kuwait hanno interesse a ripristinare i flussi, mentre le compagnie cercano di recuperare settimane di incertezza. Anche il gas naturale liquefatto torna al centro della partita, perché le rotte dal Golfo restano cruciali per le forniture verso l’Asia e per una parte dei mercati europei.

Teheran prova a recuperare terreno

Anche Teheran vuole sfruttare la finestra diplomatica. L’allentamento temporaneo delle sanzioni sul petrolio offre all’Iran la possibilità di aumentare le esportazioni, soprattutto verso l’Asia, dove una parte del greggio iraniano continua a trovare sbocchi nonostante le restrizioni internazionali. Il movimento delle petroliere dirette verso le coste iraniane indica che la tregua non è solo militare, ma anche commerciale: ogni barile spedito adesso può diventare liquidità, influenza e margine negoziale.

I mercati hanno già reagito alla percezione di un rischio minore. Il calo del greggio registrato nelle ultime sedute riflette la convinzione che il blocco totale dello Stretto sia meno probabile, almeno nell’immediato. Ma la fragilità resta evidente: basta un incidente, una mina, un ordine militare ambiguo o una disputa sulle autorizzazioni per riportare in alto i premi di rischio.

La partita politica resta aperta

Il nodo più delicato riguarda la gestione futura della navigazione. Oman e Iran hanno annunciato nuovi colloqui su sicurezza, servizi marittimi e coordinamento nello Stretto di Hormuz, richiamando anche il tema della sovranità sulle acque territoriali. La formula è diplomatica, ma non neutra: qualsiasi ipotesi di controllo rafforzato o di costi aggiuntivi per il transito può allarmare gli altri Paesi del Golfo, in particolare il Qatar, che dipende in modo vitale da quel passaggio per le esportazioni di gas.

Per gli Emirati Arabi Uniti la lezione è già chiara. Ridurre la dipendenza da Hormuz è diventato un obiettivo strategico, non più soltanto commerciale. Nuove infrastrutture, terminali alternativi e capacità di stoccaggio fuori dallo Stretto possono attenuare il rischio, ma non cancellarlo. Hormuz resta il punto in cui energia, sicurezza e diplomazia si sovrappongono. E anche quando le navi tornano a muoversi, la crisi non è davvero finita.