A Montecitorio il Piano casa diventa il terreno di una nuova prova di forza identitaria. La discussione sugli ordini del giorno si trasforma in uno scontro durissimo quando i deputati di Futuro Nazionale, il partito legato al generale Roberto Vannacci, chiedono al ministro Matteo Salvini linee guida per introdurre una premialità a favore dei cittadini italiani nelle assegnazioni delle case popolari. Da quel momento il confronto parlamentare esce dai binari del merito e diventa una battaglia politica sul linguaggio, sull’immigrazione e sull’idea stessa di cittadinanza.

A incendiare l’Aula è Rossano Sasso, ex leghista oggi nelle file vannacciane, che contrappone i nomi italiani a quelli di origine straniera sui citofoni degli alloggi popolari. Dai banchi del centrosinistra partono proteste immediate. La deputata dem Ouidad Bakkali contesta l’intervento e poi abbandona l’Aula, denunciando una ferita alla dignità del Parlamento. La seduta prosegue in un clima sempre più teso, con accuse reciproche, richiami alla presidenza e interventi che trasformano il voto sul Piano casa in una scena di scontro ideologico.

La sfida a Salvini

Il bersaglio dei vannacciani non è soltanto la sinistra. Nel mirino finisce anche Salvini, accusato di non aver sostenuto una linea abbastanza netta sul principio del “prima gli italiani”. Edoardo Ziello, anche lui proveniente dalla Lega, parla di incoerenza politica e attacca il Carroccio per il voto contrario agli ordini del giorno di Futuro Nazionale. È una sfida diretta al partito da cui molti esponenti del nuovo gruppo provengono: la competizione non riguarda solo le case popolari, ma la rappresentanza dell’elettorato più radicale del centrodestra.

La discussione assume così il tono di una gara interna alla destra. Futuro Nazionale prova a presentarsi come il custode più coerente della vecchia parola d’ordine salviniana, mentre la Lega viene descritta come un partito ormai arretrato rispetto alle sue stesse battaglie. L’attacco è politico e simbolico insieme: colpire Salvini sul terreno del “prima gli italiani” significa contendere al leader leghista un pezzo della sua identità pubblica.

Il Pd denuncia la deriva

La reazione delle opposizioni è altrettanto netta. Gianni Cuperlo parla di violenza politica e accusa i vannacciani di avere rivendicato un approccio razzista. Federico Fornaro richiama il 1938 e le leggi razziali, sostenendo che la distinzione evocata in Aula sui nomi e sulle origini abbia superato un limite democratico. Per il Partito democratico, il punto non è solo la durezza delle parole, ma il messaggio politico che quelle parole portano con sé: stabilire una gerarchia tra persone in base alla provenienza, anche quando si discute di diritti sociali e accesso all’abitare.

Nell’intervista successiva, Cuperlo lega lo scontro all’articolo 3 della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza sostanziale. Il deputato dem legge le parole di Futuro Nazionale come parte di una regressione più ampia, alimentata da una destra europea e internazionale che costruisce consenso legittimando paure, ostilità e risentimento. Per Cuperlo, non si tratta soltanto di campagna elettorale: è una forma di avvelenamento del linguaggio parlamentare.

La battaglia sulle parole

Lo scontro si allarga anche al piano simbolico e linguistico. Durante la seduta, Emanuele Pozzolo si rivolge più volte ad Anna Ascani, che presiede i lavori, chiamandola “signor presidente”. La vicepresidente chiede di usare “signora presidente” o semplicemente “presidente”, ma il deputato insiste. La risposta ironica di Ascani, che lo chiama “collega deputata Pozzolo”, aggiunge un altro episodio a una serata già segnata dalla tensione. Anche qui, la polemica non è solo grammaticale: diventa il segno di una battaglia contro il politicamente corretto rivendicata apertamente dai deputati vannacciani.

La scelta delle parole diventa dunque il vero campo di battaglia. I nomi sui citofoni, il genere della presidente, il richiamo agli italiani prima degli altri: tutto concorre a costruire una scena politica pensata per dividere, polarizzare e farsi riconoscere. In Aula, Futuro Nazionale non arretra e respinge l’accusa di razzismo, sostenendo semmai che razzista sarebbe chi non mette gli italiani al primo posto nelle politiche abitative.

Un Parlamento più fragile

Il Piano casa passa alla Camera, ma la notizia politica resta la frattura emersa durante il dibattito. Il tema dell’abitare, che riguarda famiglie in difficoltà, giovani coppie, studenti, lavoratori e cittadini esclusi dal mercato, viene assorbito da uno scontro identitario sulla nazionalità dei beneficiari. È il segnale di un Parlamento in cui la propaganda entra sempre più spesso nel merito dei provvedimenti e lo piega a una logica di appartenenza.

Per la maggioranza il caso è delicato. La destra di governo deve decidere se isolare la spinta vannacciana o inseguirla sul suo stesso terreno. Per l’opposizione, invece, la sfida è non limitarsi all’indignazione, ma riportare il tema della casa sul piano dei bisogni reali e dell’uguaglianza. La seduta di Montecitorio lascia una certezza: il nuovo gruppo di Vannacci userà ogni spazio parlamentare per alzare il conflitto. E la prossima campagna elettorale rischia di cominciare proprio da qui.