A Isfahan la guerra ha lasciato segni ovunque. Le strade raccontano ancora i bombardamenti, le fughe improvvise, le case abbandonate in fretta. Shirin, fisioterapista, è rientrata da un mese dopo essersi rifugiata con la famiglia in un villaggio a cinquecento chilometri. «Mi fa male vedere la mia città così», dice. Il suo studio è ancora chiuso. Non perché manchino i pazienti, ma perché mancano i soldi. «La gente non riesce a pagare l’affitto, figuriamoci una fisioterapia».

Del memorandum tra Stati Uniti e Repubblica islamica sa poco. Dice di essere contro la guerra e contro il potere degli ayatollah, ma nelle sue giornate la diplomazia resta lontana. Più vicini sono l’affitto, le bollette, la spesa che aumenta ogni settimana. La politica internazionale entra dalla radio, mentre lei conta ciò che può ancora permettersi.

La propaganda dopo le bombe

A Teheran, Jasmine segue i negoziati dalla redazione di uno dei principali quotidiani del Paese. Non ha mai smesso di lavorare, nemmeno durante i raid. Questa volta è lei a chiedere notizie dall’esterno: «Che cosa sapete sui colloqui?». Racconta una macchina della propaganda più aggressiva di prima. Secondo la sua testimonianza, i pasdaran preparano direttamente articoli, titoli e analisi da inviare ai giornali. I direttori ricevono, le redazioni correggono il meno possibile.

Sul suo quotidiano il memorandum viene presentato come un «respiro». Altrove, dice, è già diventato una «vittoria totale». Il racconto ufficiale insiste su un Iran capace di piegare Washington, di resistere alla guerra, di uscire più forte dall’isolamento. Ma nelle case, nei mercati, negli studi chiusi e nelle famiglie indebitate, quella vittoria non arriva.

La spesa come misura della crisi

La crisi si misura davanti ai banchi del mercato. Cipolle, carne, riso, pollo, uova e olio da cucina sono diventati beni da pesare con attenzione. «Compriamo meno di tutto», dice Shirin. Ogni scelta è una rinuncia. La fisioterapia può aspettare, il dentista anche, la manutenzione dell’auto pure. Non aspettano il pane, l’affitto, le medicine.

Samira, che vive a Teheran, racconta la stessa rincorsa. Il problema, per lei, non è il Libano, non è il nucleare, non è il linguaggio dei comunicati diplomatici. È la rata della macchina. È il dentista del figlio. È la sensazione che qualunque apertura economica finisca prima nelle mani dell’apparato che in quelle delle famiglie. «Non credo a Donald Trump, né a Khamenei», dice. «Il regime non pensa alla sua gente».

Il trauma di gennaio

Nel racconto di Samira torna l’inverno delle proteste. Le manifestazioni represse, gli arresti, le famiglie rimaste davanti alle carceri in attesa di notizie. Parla del figlio di una vicina, arrestato un mese fa. La madre si presenta ogni giorno davanti alla prigione per sapere se è vivo, se è stato interrogato, se comparirà in una lista di condannati.

Per molti iraniani, dice Jasmine, il memorandum non cancella quel trauma. Anzi, lo rende più bruciante. «Gli iraniani più della guerra hanno dentro il massacro di gennaio. Per molti di noi questa intesa è un tradimento, è la nostra tomba». La parola che ritorna è sfiducia: verso il regime, verso Washington, verso un Occidente accusato di non capire la natura del potere teocratico.

Un Paese giovane senza futuro

L’Iran che emerge da queste voci è un Paese giovane, stanco e sospeso. Una società che vorrebbe lavorare, viaggiare, parlare senza paura, decidere della propria vita senza dipendere da una guerra, da una fatwa o da una trattativa segreta. Più della metà della popolazione ha meno di 35 anni. Milioni di ragazzi sono cresciuti tra sanzioni, crisi monetarie, repressione e promesse mai mantenute.

Quando le viene chiesto quanto consenso abbiano ancora gli ayatollah, Jasmine risponde con una stima amara: una base fatta di apparato statale, forze di sicurezza, Guardie rivoluzionarie, basij, burocrazia e famiglie legate al sistema. Fuori da quel perimetro, dice, resta un Paese che sopporta, tace quando deve, parla quando può, e cerca la verità tra le righe.

Un’intesa ancora fragile

I negoziati in Svizzera hanno aperto una strada, ma non hanno sciolto i nodi principali. Le versioni delle parti restano divergenti, soprattutto su ispezioni nucleari, sanzioni, fondi congelati, ruolo regionale di Teheran e sicurezza nello Stretto di Hormuz. La diplomazia parla di roadmap, ma nelle redazioni controllate e nei mercati impoveriti la parola accordo ha un significato più semplice: capire se domani il pane costerà di più e se la paura farà ancora parte della vita quotidiana.