Da un articolo pubblicato l'altro ieri da Davide Baratto su Tuttonapoli.net traggo lo spunto per alcune amare considerazioni. A proposito del Mondiale di calcio negli Stati Uniti e dei valori sportivi che dovrebbe restituire - senza riuscirci - al mondo intero, Mehdi Taremi, capitano dell'Iran, si è scagliato in mixed zone contro la FIFA per i problemi che la sua nazionale sta avendo: "È un Mondiale disastroso. La FIFA deve risolvere ogni problema qui, ma purtroppo non ci è riuscita fin dall'inizio. Il signor Infantino è venuto nel nostro spogliatoio dopo la prima partita contro la Nuova Zelanda e ha detto: 'È solo l'inizio...' ma la fase a gironi finisce domani".
Per poi aggiungere: "Non abbiamo qui il nostro personale logistico: non ha ottenuto il visto. Com'è possibile che dobbiamo sempre viaggiare da Tijuana? Amiamo le persone di Tijuana, amiamo il Messico. Sono persone umili, ma per un calciatore professionista, in una competizione professionistica, tutto questo non è giusto. E per la FIFA? Va bene così. Ma non è giusto. Chi vuole aiutarci? Nessuno".
Mi si dirà che la politica ha preso il sopravvento e che viviamo un tempo sempre più invaso da conflitti, rivalse e discriminazioni. Ma non è una questione di sovranismi: è il tramonto delle belle intelligenze, ormai degenerato o del tutto compiuto. Perfino là dove certi principi sembravano ancora al riparo. Per questo vale sempre meno la pena credere in questo sport e, forse, perfino seguirlo, quando resta indifferente davanti a vicende come questa o, peggio ancora, all'allontanamento di un arbitro somalo dal "sacro territorio" della competizione dopo undici ore di interrogatorio.
"È spiacevole quello che è successo a Omar, l'arbitro somalo, ma non possiamo controllare tutto", ha dichiarato Gianni Infantino, presidente non di una bocciofila, ma della FIFA. Ecco che cosa è diventato il calcio mondiale: un opaco conglomerato di interessi e fondi di speculazione, ai quali di Pierre de Coubertin importa poco o nulla. Ancor meno interessano parole come equità, giustizia sociale ed esempio per i più giovani. Conta soltanto che lo spettacolo continui, costi quel che costi, anche se deve sprofondare nelle sabbie mobili della vergogna e del disonore. Tanto, a chi importa?
Certo non a chi organizzerà le prossime grottesche rappresentazioni da circo equestre, siano esse mondiali, mundialiti o tornei per nazionali, per club o, perché no, perfino per condomìni. Qualcuno poi, un giorno, ci spiegherà come lo sport più bello del mondo sia riuscito a diventare lo specchio di uno dei tanti suoi incubi.