La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il tentativo di Donald Trump di limitare la cittadinanza automatica per i bambini nati sul territorio americano da genitori senza documenti o presenti nel Paese con visti temporanei. La decisione rappresenta una delle più pesanti sconfitte giuridiche per la linea migratoria della Casa Bianca e conferma la forza del Quattordicesimo emendamento, che dal 1868 tutela il principio della cittadinanza per nascita.

Il colpo al decreto di Trump

Il provvedimento firmato da Trump puntava a restringere uno dei cardini della tradizione costituzionale americana: chi nasce negli Stati Uniti, con limitate eccezioni, è cittadino americano. Secondo la maggioranza della Corte, l’ordine esecutivo non poteva modificare per via amministrativa una garanzia iscritta nella Costituzione e consolidata anche dalla storica sentenza United States v. Wong Kim Ark del 1898.

La decisione è arrivata con una maggioranza divisa. Il presidente della Corte, John Roberts, ha scritto l’opinione principale, affermando che la cittadinanza resta il presupposto dei diritti nella comunità politica americana. Con lui si sono schierati i giudici liberal e una parte dell’ala conservatrice, mentre Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch hanno dissentito.

Vance non arretra

Il vicepresidente JD Vance ha definito la sentenza un grave errore e ha assicurato che l’amministrazione continuerà a cercare una strada per restringere lo ius soli. Intervenendo su Fox News, Vance ha parlato di una battaglia “tutt’altro che conclusa” e ha rilanciato l’allarme sul cosiddetto turismo delle nascite, tema centrale nella narrativa repubblicana più dura sull’immigrazione.

Anche Trump ha reagito chiedendo al Congresso di intervenire. Ma il terreno politico resta complesso: una legge ordinaria rischierebbe comunque di scontrarsi con la Costituzione e con la giurisprudenza della Corte. Per cambiare davvero il quadro, servirebbe una strategia legislativa e giudiziaria capace di superare ostacoli molto più alti di un semplice decreto presidenziale.

La frattura nel fronte conservatore

La sentenza pesa anche perché mostra una frattura nel fronte conservatore della Corte. Non tutti i giudici nominati o sostenuti da amministrazioni repubblicane hanno seguito la linea della Casa Bianca. Questo indebolisce l’idea di una Corte automaticamente allineata con Trump e conferma che, sui dossier costituzionali più sensibili, l’esito non è sempre prevedibile.

Per l’amministrazione resta aperto il tentativo di trasformare la sconfitta giudiziaria in una battaglia politica. Lo ius soli sarà probabilmente usato come tema identitario nella campagna repubblicana, soprattutto davanti all’elettorato più vicino al movimento Maga. Ma la decisione della Corte ha fissato un limite netto: la cittadinanza per nascita non può essere cancellata con un ordine esecutivo.

Un principio che resta in vigore

La pronuncia conferma che il principio dello ius soli resta pienamente operativo negli Stati Uniti. La Corte ha ribadito che il Quattordicesimo emendamento protegge chi nasce sul suolo americano e rientra nella giurisdizione degli Stati Uniti, indipendentemente dallo status migratorio dei genitori. Per Trump è una sconfitta sul piano legale e simbolico; per Vance, invece, il punto di partenza di una nuova offensiva politica.