Giorgia Meloni ha trasformato il Quirinale da tema riservato ai palazzi della politica a fronte dichiarato della prossima campagna elettorale. La presidente del Consiglio ha detto apertamente che un capo dello Stato non proveniente dal centrosinistra “potrebbe non essere più un tabù”, collegando la partita del Colle al Parlamento che nascerà dalle prossime elezioni politiche. È una mossa inusuale, perché anticipa di molti mesi un confronto che di solito resta coperto fino all’avvicinarsi della scadenza istituzionale.

Il Colle entra nella campagna elettorale

La scelta della premier sposta il baricentro della legislatura. Non c’è solo la conferma del governo o la sfida con le opposizioni: il voto del 2027 viene presentato anche come passaggio decisivo per determinare gli equilibri della prossima elezione del presidente della Repubblica. Per Meloni, l’obiettivo è rompere quella che nel centrodestra viene descritta come una lunga egemonia culturale e politica del centrosinistra sul Quirinale.

Il tema si intreccia con la legge elettorale. La maggioranza guarda a una riforma capace di rendere più chiaro il rapporto tra voto popolare, maggioranza parlamentare e futuro scrutinio per il Colle. Il nodo è politico prima ancora che tecnico: evitare che un Parlamento senza vincitori netti consegni la scelta del capo dello Stato a mediazioni trasversali, accordi di centro o equilibri costruiti dopo il voto.

L’obiettivo storico della premier

Nel ragionamento di Fratelli d’Italia, un presidente non di centrosinistra avrebbe un valore simbolico enorme. Sarebbe la conferma del pieno ingresso della destra italiana nella normalità istituzionale, non più soltanto forza di governo ma anche parte legittimata a esprimere la più alta carica dello Stato. È questo il senso dell’“obiettivo storico” attribuito alla premier: non necessariamente salire personalmente al Quirinale, ma intestarsi la fine di un tabù politico.

La stessa ipotesi di una candidatura diretta di Meloni resta materia da retroscena, più che da cronaca politica accertata. La premier continua a presentarsi come leader chiamata a guidare il governo e la coalizione, mentre nel centrodestra circolano nomi diversi, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro degli Esteri Antonio Tajani, fino al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma il punto non è ancora il nome: è la volontà di arrivare alla partita con una maggioranza parlamentare autosufficiente o comunque determinante.

Il peso della variabile Mattarella

Sul calendario pesa la decisione di Sergio Mattarella, rieletto nel 2022 dopo una lunga impasse parlamentare. Il suo mandato ordinario arriverebbe al 2029, ma nel dibattito politico si ragiona già sull’eventualità che il capo dello Stato possa non completare l’intero settennato. È una variabile che nessuno può governare e che rende ogni calcolo prematuro, ma non impedisce ai partiti di muoversi in anticipo.

Per le opposizioni, l’apertura del dossier Quirinale rischia di diventare il segnale di una volontà di occupare le istituzioni. Per la maggioranza, invece, è la rivendicazione di un principio opposto: chi vince le elezioni deve poter incidere anche sugli equilibri costituzionali, dentro le regole parlamentari. Da qui nasce lo scontro più duro, destinato ad accompagnare la campagna elettorale.

La partita che può cambiare la legislatura

La corsa al Colle è già cominciata, ma il suo esito dipenderà da tre fattori: la legge elettorale, il risultato delle Politiche e la scelta di Mattarella sui tempi del suo mandato. Meloni ha scelto di non aspettare che siano gli altri a definire il campo. Ha alzato il sipario e ha reso pubblico ciò che nei partiti si discuteva da tempo.

La mossa è rischiosa, perché espone la premier all’accusa di piegare la legislatura a un obiettivo di potere. Ma è anche coerente con la sua strategia: trasformare ogni passaggio istituzionale in una prova di legittimazione politica della destra di governo. Il Quirinale, da oggi, non è più soltanto il traguardo finale. È già parte della campagna.