L’attacco è arrivato nella notte, quando Kiev era già in allarme per il rischio di una nuova offensiva aerea russa. Missili balistici, missili da crociera e droni hanno colpito la capitale ucraina e diverse regioni del Paese, provocando almeno 13 morti e decine di feriti. Le autorità ucraine parlano di danni estesi a edifici residenziali, infrastrutture civili, un hotel, aziende e una struttura sanitaria. Secondo i servizi di emergenza, i soccorritori hanno lavorato per ore tra incendi, macerie e palazzi parzialmente crollati.

La capitale colpita nel cuore

Il bilancio, ancora provvisorio, restituisce la portata dell’operazione russa. Volodymyr Zelensky ha riferito che nell’attacco sono stati impiegati oltre 70 missili di vario tipo e quasi 500 droni d’attacco, compresi gli Shahed. L’obiettivo principale, ha detto il presidente ucraino, è stato Kiev, dove i danni sarebbero stati registrati in decine di punti della città. Le autorità locali hanno segnalato conseguenze in più distretti, con civili intrappolati, incendi e gravi danni ad abitazioni.

Per Zelensky, la risposta passa prima di tutto dalla difesa aerea. Il presidente ucraino ha chiesto agli Stati Uniti decisioni sulle licenze per produrre missili Patriot e sistemi antibalistici in Ucraina, sostenendo che solo una copertura più efficace contro i missili russi può ridurre il numero delle vittime civili. La richiesta si inserisce nel quadro del programma di sostegno militare occidentale a Kiev, che considera gli intercettori Patriot essenziali contro gli attacchi balistici.

La risposta europea

Da Bruxelles, Kaja Kallas ha legato direttamente l’attacco notturno alla necessità di nuove misure contro Mosca. L’Alta rappresentante dell’Unione europea per la politica estera ha annunciato l’intenzione di proporre sanzioni contro altre entità che sostengono il complesso militare-industriale russo. Il messaggio politico è netto: le condanne, da sole, non fermano i bombardamenti, mentre per l’Unione europea servono più sostegno militare all’Ucraina e più pressione economica sulla Russia.

La posizione di Kallas riflette la linea che una parte crescente delle capitali europee considera ormai inevitabile: colpire la capacità russa di produrre armi, droni, componenti elettronici e sistemi missilistici. La guerra aerea contro le città ucraine ha reso ancora più urgente il tema della difesa antimissile, mentre le forniture occidentali restano decisive per contenere gli attacchi più difficili da intercettare.

Mosca rivendica la rappresaglia

Il ministero della Difesa russo ha sostenuto che i raid siano stati una risposta ad attacchi ucraini contro infrastrutture in territorio russo. Mosca afferma di aver colpito obiettivi militari, energetici e aeroporti militari, ma le autorità ucraine e i soccorritori sul terreno indicano un quadro molto diverso, segnato da vittime civili e danni ad abitazioni e servizi essenziali.

La distanza tra le due versioni resta uno degli elementi costanti del conflitto. La Russia presenta i bombardamenti come operazioni contro infrastrutture strategiche; Kiev denuncia invece una campagna di pressione sulla popolazione civile, pensata per logorare la resistenza interna e mettere alla prova la tenuta degli alleati occidentali.

La guerra torna sulle città

L’attacco del 2 luglio conferma l’intensificazione della campagna russa dal cielo, in una fase in cui il fronte terrestre resta logorante e la diplomazia non produce una tregua. Per l’Ucraina, il nodo immediato è la disponibilità di intercettori, sistemi di difesa e autorizzazioni industriali che permettano di aumentare la produzione sul territorio nazionale. Per l’Europa, il problema è trasformare la condanna politica in strumenti capaci di incidere sui costi sostenuti da Mosca.

La notte su Kiev mostra ancora una volta il carattere civile della guerra subita dalle città ucraine. Le sirene, i rifugi nella metropolitana, i soccorritori tra i palazzi colpiti e la richiesta di nuove difese aeree compongono lo stesso quadro: la capitale resta un obiettivo militare e simbolico, mentre la guerra entra nel suo 1.591° giorno senza segnali concreti di de-escalation.