Un recente confronto tra Aldo Cazzullo e un suo lettore sul Corriere della Sera, si è concluso con la sentenza finale del giornalista che "non è la Terra, è l'uomo a essere in pericolo". Vorrei spostare il dibattito altrove. "Dal punto di vista puramente geometrico e visivo, ogni osservatore è al centro del proprio universo osservabile, che si estende per circa 46 miliardi di anni luce in tutte le direzioni". È una frase scientifica. Fredda. Quasi impersonale. Eppure contiene una delle più straordinarie verità filosofiche del nostro tempo.
Ognuno di noi abita il centro del proprio universo. Non perché il cosmo gli ruoti intorno. Non perché l'uomo sia il sovrano della creazione. Semplicemente perché ogni sguardo sul mondo parte da una coscienza. E senza quella coscienza non esisterebbero né il cielo, né il mare, né la bellezza. Esisterebbe la materia. Ma non il suo significato.
Mi è tornata in mente questa riflessione scrivendo pochi versi. C'è un confine / Che in realtà / È un centro. Forse è proprio così. Il centro non è un luogo. È un equilibrio. È il battito lento che precede il silenzio. È il punto che unisce mentre domina il caos. È il pugno di un bambino sul seno della madre. È una barca che non dimentica la riva. È tutto ciò che tiene insieme le cose senza pretendere di possederle. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un curioso capovolgimento culturale. Abbiamo imparato, giustamente, a preoccuparci del pianeta. Molto meno dell'uomo. Sembra quasi che le due preoccupazioni siano diventate incompatibili. Come se mettere al centro la persona significasse automaticamente disprezzare la natura. Come se parlare di antropocentrismo fosse sinonimo di arroganza, dominio, egoismo. E invece l'antropocentrismo autentico dice esattamente il contrario.
Dire che l'uomo è al centro non significa proclamare che tutto gli appartiene. Significa riconoscere che tutto gli è affidato. La responsabilità nasce proprio dalla centralità.
Il filosofo Hans Jonas scriveva che "il nuovo imperativo morale consiste nell'agire in modo che le conseguenze delle nostre azioni restino compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra". Non chiedeva di salvare il pianeta dalla presenza dell'uomo. Chiedeva all'uomo di salvare se stesso attraverso la responsabilità. Anche Giovanni Paolo II si domandava "se il progresso rendesse davvero la vita più umana".
Una domanda che oggi appare ancora più urgente. Perché il rischio non è soltanto quello di costruire macchine sempre più intelligenti, ma di incontrare uomini sempre meno consapevoli. La Terra, probabilmente, continuerà il suo viaggio anche senza di noi. Lo ha già fatto. Ha attraversato glaciazioni, impatti di asteroidi, estinzioni di massa. Continuerà a girare intorno al Sole anche quando della nostra civiltà non resterà che una sottile traccia geologica. Noi, invece, siamo infinitamente più fragili. Viviamo più a lungo di qualsiasi generazione precedente.
Siamo oltre otto miliardi. Abbiamo sconfitto malattie che sembravano invincibili. Comunichiamo in tempo reale con qualsiasi punto del pianeta. Eppure crescono la solitudine, la denatalità, la sfiducia, la paura del futuro. Non siamo mai stati così numerosi, mai così smarriti. Forse il vero sovraffollamento non è quello della Terra, ma quello del rumore. Abbiamo riempito il mondo di parole e svuotato il loro significato. Produciamo informazioni senza produrre saggezza. Moltiplichiamo le connessioni mentre diminuiscono gli incontri.
Confondiamo il movimento con il cammino. Per questo il centro torna a essere la parola decisiva: non il centro del potere non il centro del profitto, non il centro della scena, bensì il centro della responsabilità. Perché essere al centro dell'universo osservabile non è un privilegio, è un compito. Significa sapere che ogni nostra scelta modifica una piccola porzione di mondo, che ogni gesto di cura rende il pianeta più abitabile, e ogni gesto di egoismo un po' più ostile. Forse dovremmo smettere di ripetere che bisogna salvare la Terra.
La Terra sa salvarsi benissimo da sola. Dovremmo invece domandarci se saremo capaci di salvare l'uomo, la sua capacità di commuoversi, di contemplare, di amare, di custodire ciò che non possiede. Perché il centro dell'universo non è il luogo da cui si comanda, ma quello da cui si custodisce. Ed è proprio lì, su quel fragile confine che in realtà è un centro, che continuiamo ad arrampicarci, ogni giorno, sul sentiero della vita.