Due ex appartenenti all’Aisi, entrambi con un passato nell’Arma dei carabinieri, sono stati arrestati a Roma con l’accusa di aver passato informazioni riservate a favore della Russia. I nomi finiti al centro dell’inchiesta sono quelli di Gavino Raoul Piras, 59 anni, originario di Sassari, e Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, originario di Matera. Secondo la ricostruzione investigativa, i due avrebbero avuto contatti con un agente dell’intelligence russa presente in Italia sotto copertura diplomatica.

Il sospetto di una rete interna

L’indagine, coordinata dalla procura ordinaria e da quella militare di Roma e condotta dai carabinieri del Ros, sarebbe partita nel maggio 2025. Gli investigatori hanno svolto osservazioni, pedinamenti, controlli e perquisizioni anche informatiche, con l’obiettivo di ricostruire il circuito attraverso cui sarebbero state raccolte e trasmesse notizie classificate.

Il punto più delicato riguarda la presunta rivelazione dell’identità di agenti impegnati in attività di controspionaggio italiano. Se confermata, sarebbe una compromissione grave non solo per la riservatezza degli apparati, ma anche per la sicurezza personale di uomini e donne impegnati su dossier sensibili. Nell’inchiesta risultano indagati anche Davide Piantanida, Gianluca Nardella, Giuseppe Tempesta, Sergio Romeo e Antonio Guerra, figure sulle quali gli accertamenti sono ancora in corso.

Soldi e informazioni riservate

Secondo l’accusa, il rapporto con il referente russo sarebbe stato scandito da richieste precise e da compensi in denaro. Durante le perquisizioni sarebbero stati sequestrati circa 20 mila euro in contanti, insieme a telefoni cellulari, computer e altri dispositivi elettronici. Gli apparati saranno analizzati per verificare la natura dei contatti, l’eventuale presenza di materiale classificato e la portata delle informazioni trasmesse.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di una vicenda che non ammette tolleranza, soprattutto quando sono coinvolti soggetti con ruoli di responsabilità. La linea del governo è quella di proteggere l’integrità delle strutture della Difesa e la sicurezza delle informazioni classificate.

L’ombra lunga del caso Biot

Il nuovo fascicolo richiama il precedente di Walter Biot, l’ufficiale della Marina militare arrestato nel marzo 2021 mentre consegnava documenti riservati a funzionari dell’ambasciata russa. La sua condanna a 20 anni di carcere è diventata definitiva nel maggio 2026, dopo il rigetto del ricorso in Cassazione.

Quel caso aveva già mostrato quanto il fronte dello spionaggio russo in Italia non fosse un rischio astratto. Oggi l’attenzione torna sugli apparati interni dello Stato e sulla possibilità che informazioni sensibili siano state sottratte non attraverso attacchi informatici, ma tramite relazioni personali, accessi fiduciari e disponibilità di fonti interne.

La risposta istituzionale

Il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, ha richiamato la necessità di mantenere alta l’attenzione sulle attività di spionaggio condotte da Stati esteri, in particolare dalla Russia. Il Comitato parlamentare segue da tempo le minacce ibride, che comprendono intelligence, disinformazione, sabotaggio e tentativi di influenza sulle democrazie occidentali.

La procura dovrà ora stabilire quali informazioni siano state effettivamente cedute, chi le abbia procurate, chi le abbia ricevute e se la rete abbia compromesso altri settori dello Stato. La partita giudiziaria è appena iniziata, ma quella istituzionale è già aperta: capire quanto sia profonda la falla e chi abbia provato a sfruttarla per conto di Mosca.