Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è entrato nella sua fase più critica. Dopo una nuova ondata di raid americani nell’area dello Stretto di Hormuz, Donald Trump ha accusato Teheran di avere tradito gli impegni presi e ha definito l’Iran un interlocutore «malato» e «bugiardo». Parlando alla Nato, il presidente americano ha detto di considerare ormai esaurita la tregua, pur lasciando ai negoziatori la possibilità formale di proseguire i contatti. Le agenzie internazionali confermano che nella notte gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani dopo attacchi contro navi commerciali nell’area di Hormuz.
La tregua che non regge
Il cuore della crisi resta il controllo dello Stretto di Hormuz, passaggio essenziale per le rotte energetiche mondiali e da settimane al centro di incidenti, accuse incrociate e operazioni militari. Secondo la ricostruzione americana, i raid sono stati ordinati dopo nuovi attacchi attribuiti all’Iran contro tre imbarcazioni commerciali. Teheran respinge le accuse e sostiene che sia stata Washington a violare per prima l’intesa provvisoria raggiunta a giugno.
La risposta iraniana è arrivata attraverso le Guardie Rivoluzionarie, che hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrein e Kuwait. Secondo Al Jazeera, i Pasdaran hanno indicato tra gli obiettivi la base della Quinta Flotta americana in Bahrein e la base aerea di Ali Al-Salem in Kuwait. Le difese aeree dei Paesi del Golfo sono entrate in azione, mentre in Bahrein le sirene antiaeree sono risuonate più volte dall’alba.
Il Golfo in allarme
La tensione si è allargata rapidamente alle capitali arabe del Golfo. Qatar ed Egitto hanno condannato gli attacchi iraniani contro Kuwait e Bahrein, parlando di escalation ingiustificata e di violazione della sovranità degli Stati arabi. La posizione del Qatar pesa anche per il ruolo avuto nei colloqui tra Washington e Teheran, ora appesi a un filo dopo il ritorno degli scontri diretti.
L’Unione europea osserva con crescente preoccupazione la destabilizzazione dell’area. Il commissario al Commercio Maroš Šefcovic, intervenendo al Parlamento europeo, ha collegato l’instabilità di Hormuz alla necessità di rafforzare rotte alternative come il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa. È un segnale politico chiaro: Bruxelles teme che la guerra nel Golfo possa colpire non solo la sicurezza regionale, ma anche energia, trasporti e catene commerciali globali.
Il rischio di una guerra aperta
L’elemento più pericoloso è la rottura del meccanismo diplomatico che aveva retto, pur con molte fragilità, nelle ultime settimane. Le parole di Trump chiudono quasi ogni spazio politico immediato, mentre la rivendicazione dei Pasdaran sposta il confronto dagli obiettivi iraniani alle basi americane nei Paesi alleati del Golfo. In questo quadro, ogni nuovo drone abbattuto, ogni nave colpita o ogni missile intercettato rischia di trasformare una crisi già grave in un conflitto regionale più ampio.
Resta da verificare l’entità dei danni provocati dagli attacchi iraniani in Bahrein e Kuwait, così come il bilancio effettivo dei raid americani nel sud dell’Iran. Le fonti iraniane parlano della morte di un membro delle forze navali dei Pasdaran nel porto di Mahshahr, colpito da droni statunitensi. La conferma indipendente dei singoli episodi resta complessa, anche per la natura militare degli obiettivi e per la guerra informativa in corso.
Gli sviluppi diplomatici
Il prossimo passaggio sarà capire se i mediatori regionali riusciranno a riaprire un canale tra Stati Uniti e Iran o se la dichiarazione di Trump segnerà la fine sostanziale del cessate il fuoco. Per ora il Golfo resta in stato d’allerta, con le difese aeree attive, il traffico nello Stretto di Hormuz sotto pressione e i mercati energetici esposti a nuove scosse.