La sentenza Hydra consegna alla cronaca giudiziaria lombarda un passaggio pesante: secondo il gup di Milano Emanuele Mancini, l’organizzazione nata dall’incontro tra uomini riconducibili a Cosa Nostra, Camorra e ’ndrangheta non avrebbe puntato solo su denaro, intimidazione e affari illeciti, ma soprattutto su una rete di relazioni capace di entrare nel tessuto amministrativo, economico e istituzionale della regione. Il procedimento ha già portato, con rito abbreviato, a 62 condanne fino a 16 anni e a pene complessive superiori ai 500 anni di carcere.

Il capitale relazionale

Nelle motivazioni il giudice parla di una formazione autonoma, una sorta di consorzio criminale costruito per massimizzare i profitti e muoversi con una propria forza intimidatrice. Il punto centrale non è soltanto la presenza delle mafie storiche al Nord, ma la loro capacità di fare sistema, creando contatti con imprenditori, amministratori, funzionari pubblici e operatori di settori sensibili. È questa rete, definita “capitale relazionale”, che secondo la sentenza avrebbe permesso al sodalizio di condizionare il funzionamento delle istituzioni e di alterare il regolare svolgimento di attività amministrative ed economiche.

Politica, imprese e apparati pubblici

Il quadro descritto nelle carte è quello di una mafia non marginale, ma radicata nei luoghi in cui si decidono appalti, autorizzazioni, affari e consenso. Le motivazioni richiamano rapporti con ambienti imprenditoriali, pubblica amministrazione, forze di polizia, amministrazione finanziaria e sanità pubblica e privata. Il giudice sottolinea anche il ruolo dei rapporti con esponenti politici nazionali e locali, contatti che avrebbero rafforzato la proiezione esterna dell’organizzazione e favorito strategie di espansione territoriale e imprenditoriale.

La prova del radicamento

Secondo la ricostruzione giudiziaria, la cosiddetta mafia a tre teste avrebbe mostrato la capacità di interferire con scelte di amministratori locali e, in alcuni casi, con il voto in Comuni lombardi. È un passaggio che sposta il baricentro della vicenda: non solo criminalità organizzata che investe nell’economia legale, ma un potere in grado di cercare accessi nei processi decisionali. La Dda di Milano, con i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, aveva sostenuto l’esistenza di un sistema mafioso lombardo composto da appartenenti alle tre organizzazioni criminali storiche; il gup ha riconosciuto l’impianto accusatorio nella sentenza di gennaio.

Il processo resta a Milano

Il fronte dibattimentale resta aperto. Il processo ordinario per 45 imputati rimane a Milano, dopo il rigetto delle eccezioni territoriali sollevate dalle difese. Per il Tribunale, il primo momento rilevante del presunto consorzio sarebbe stato un incontro del giugno 2020 al ristorante Sardinia di Inveruno, nel Milanese. La Procura ha annunciato un’istruttoria imponente, con centinaia di testimoni e collaboratori di giustizia chiamati a ricostruire la struttura, i rapporti e le attività del gruppo.

La posta istituzionale

La sentenza Hydra non descrive soltanto una vicenda criminale, ma un problema di tenuta democratica nei territori più ricchi del Paese. La Lombardia appare, nella lettura del giudice, come uno spazio in cui le mafie hanno cercato di trasformare relazioni, conoscenze e accessi privilegiati in potere economico e influenza pubblica. È il profilo più insidioso emerso dalle motivazioni: una presenza capace di mimetizzarsi dentro imprese, uffici e circuiti politici, senza rinunciare alla forza intimidatrice che resta il marchio delle organizzazioni mafiose.