Un’immensa ragnatela digitale per lo scambio di foto e video di abusi su minori, protetta dall'apparente anonimato delle chat di messaggistica. Una maxi-operazione della Polizia di Stato ha portato alla luce una fitta rete nazionale dedita alla diffusione di materiale pedopornografico, culminando in un decreto di perquisizione che ha investito 18 province italiane, da Nord a Sud.
L'indagine, coordinata dalla IV Sezione della Procura di Napoli (specializzata in violenza di genere e tutela delle fasce deboli) sotto la guida del procuratore aggiunto Giancarlo Novelli, svela uno scenario inquietante: la maggior parte degli indagati è composta da ragazzi appena maggiorenni.
La svolta: tutto parte dallo smartphone di un minore
L'inchiesta affonda le sue radici nell'ottobre del 2024, nel corso di un normale controllo di routine sul territorio casertano. È in quel momento che gli specialisti della Sezione Operativa per la Sicurezza Cibernetica (la ex Polizia Postale) di Caserta eseguono una perquisizione informatica sul telefono cellulare di un minorenne.
All'interno della memoria del dispositivo, gli agenti si trovano davanti a una galleria dell'orrore: file multimediali espliciti che ritraggono bambini. L'analisi tecnica dei flussi di rete e della cronologia dei messaggi ha permesso agli investigatori di fare il salto di qualità, isolando i canali e i gruppi chiusi sulla piattaforma Telegram dove quel materiale veniva sistematicamente condiviso.
Il blitz nazionale: 18 province nel mirino
Dopo mesi di accertamenti tecnici ed inseguimenti digitali per identificare i reali titolari dei profili, lo scorso 25 giugno è scattato il blitz. I poliziotti hanno fatto irruzione nelle abitazioni di 25 sospettati.
La geografia dell'inchiesta: Le perquisizioni hanno toccato quasi ogni regione italiana, confermando la natura transnazionale e liquida del fenomeno. I decreti sono stati eseguiti nelle province di Milano, Torino, Mantova, Monza Brianza, Cremona, Trieste, Venezia, Bologna, Roma, Perugia, Terni, Frosinone, Napoli, Caserta, Bari, Matera, Palermo e Cagliari.
I dispositivi informatici sequestrati (smartphone, computer, hard disk e account cloud) sono ora al vaglio degli inquirenti per comprendere la provenienza originale dei file e verificare se, oltre alla condivisione, vi siano condotte legate alla produzione diretta delle immagini.