Si può discutere di tutto, in Italia, tranne che della cosa più semplice: chi deve scegliere i parlamentari. Ogni volta che la legge elettorale torna sul tavolo, la politica si traveste da ingegneria costituzionale, indossa il camice bianco, misura collegi, premi, soglie, coalizioni, listini, capilista e quote. Poi, quando il paziente si sveglia, scopre che gli hanno tolto il diritto più elementare: indicare il nome di chi lo rappresenterà.
La nuova disputa nella maggioranza sul cosiddetto Melonellum ha proprio questo sapore. Matteo Salvini minimizza, spiega che non ci sono incontri in agenda con Giorgia Meloni e Antonio Tajani, dice che la legge elettorale non gli toglie il sonno e che i tecnici stanno seguendo il dossier. Beato lui. Agli elettori, invece, il sonno dovrebbe toglierlo eccome, perché quando un leader politico non si appassiona al modo in cui i cittadini eleggono il Parlamento, di solito significa che qualcun altro si appassiona moltissimo al modo in cui i parlamentari vengono nominati. La trattativa nella maggioranza resta bloccata proprio sul nodo delle preferenze e delle liste bloccate, con Fratelli d’Italia più disponibile a modificarle e Lega e Forza Italia più caute, secondo le ricostruzioni degli ultimi giorni.
L’origine del peccato
La prima grande ferita non nasce, come spesso si racconta, con il Porcellum. Nasce prima, nel 1991, quando il referendum abrogativo promosso nell’onda lunga della rivolta contro le degenerazioni della Prima Repubblica ridusse le preferenze multiple alla Camera da tre o quattro, a seconda della dimensione del collegio, a una sola. Il quesito non abolì le preferenze: le amputò. L’idea era colpire il voto di corrente, le cordate interne, il mercato delle clientele. In parte era una diagnosi giusta. La cura, però, aprì un’altra malattia.
Da lì cominciò la stagione in cui l’Italia scoprì il gusto perverso delle riforme elettorali presentate come disinfestazioni morali. Si voleva liberare il Parlamento dai ras delle preferenze, e si finì per consegnarlo ai ras delle liste. Il cittadino, che prima poteva almeno scegliersi il notabile, fu invitato a fidarsi del capo. Una rivoluzione sobria, molto italiana: dal voto di scambio al voto in appalto.
Dal Porcellum al Parlamento preconfezionato
Il salto decisivo arrivò nel 2005 con il Porcellum, la legge Calderoli delle liste bloccate e dei premi di maggioranza. Fu lì che nacque davvero la Repubblica dei nominati. Non più candidati scelti dagli elettori, ma pacchetti parlamentari preparati dalle segreterie e spediti a Montecitorio e Palazzo Madama come merce già imballata. L’elettore poteva scegliere il marchio, non il prodotto. Il partito diventava supermercato chiuso: guardare, votare, non toccare.
La Corte costituzionale, con la sentenza numero 1 del 2014, demolì pezzi essenziali del Porcellum, censurando il premio di maggioranza senza soglia adeguata e il meccanismo delle lunghe liste bloccate che non consentivano all’elettore una scelta effettiva dei propri rappresentanti. Fu un altolà solenne, non un consiglio di buone maniere. La Consulta spiegò che la rappresentanza non può essere compressa fino a trasformare il voto in una ratifica cieca.
Eppure la lezione è stata metabolizzata alla maniera nazionale: non come limite, ma come ostacolo da aggirare. Dopo il Porcellum è arrivato il Rosatellum, con collegi uninominali e quote proporzionali a liste bloccate. Un sistema abbastanza complicato da sembrare serio e abbastanza rigido da continuare a sottrarre agli elettori la scelta diretta di gran parte degli eletti. La politica italiana ha una qualità rara: riesce a cambiare le etichette lasciando intatto il vizio.
Il Melonellum e l’ultimo paradosso
Il progetto oggi discusso, ribattezzato Melonellum, rischia di portare quella stortura da perversa a folle. Le bozze circolate parlano di un sistema proporzionale con premio di governabilità, indicazione del candidato premier e liste bloccate. Secondo le ricostruzioni pubblicate, il premio scatterebbe a determinate condizioni e potrebbe assegnare 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, entro un tetto complessivo per la coalizione vincente.
Qui il paradosso diventa quasi comico, se non fosse istituzionalmente doloroso. Si vuole rafforzare la sera delle elezioni l’investitura del capo, ma si continua a indebolire il mattino dopo il rapporto tra elettori ed eletti. Si promette stabilità e si produce dipendenza. Si invoca il popolo e si sterilizza la sua matita. È il populismo senza popolo, il plebiscito con il listino, la sovranità popolare amministrata in franchising.
Il nome non importa. Porcellum, Rosatellum, Melonellum: la zoologia istituzionale cambia, la gabbia resta. E dentro la gabbia ci sono cittadini chiamati a votare persone che non possono scegliere, programmi che spesso non leggono, coalizioni che talvolta si odiano prima ancora di governare insieme. Il tutto con la benedizione della parola magica: governabilità. In Italia la governabilità è il sonnifero con cui si addormenta la rappresentanza.
Il Parlamento dei fedeli
Il problema delle liste bloccate non è soltanto tecnico. È morale, politico, perfino antropologico. Un parlamentare eletto con le preferenze deve almeno ricordarsi che da qualche parte esiste un territorio, un elettore, una piazza, una domanda scomoda. Un parlamentare nominato deve ricordarsi soprattutto chi lo ha messo in posizione utile. Non guarda in basso, verso il Paese. Guarda in alto, verso il capo. Non rappresenta: ringrazia.
Da qui nasce la disciplina non come responsabilità, ma come gratitudine obbligatoria. Il Parlamento diventa un condominio di fedeli, non un’assemblea di rappresentanti. I migliori, quando ci sono, sopravvivono per carattere. Gli altri imparano presto la liturgia: applaudire, tacere, firmare, votare. Ogni tanto parlare di territorio, purché non disturbi la linea. È una forma elegante di servitù politica, con diaria e immunità.
Naturalmente le preferenze non sono il paradiso. Possono alimentare clientele, spese opache, microfeudi, guerre interne. Ma cancellarle del tutto non purifica la democrazia: la verticalizza. Toglie potere ai cittadini e lo concentra nei vertici dei partiti. La soluzione ai difetti delle preferenze non è il cittadino imbavagliato. È il controllo delle spese, la trasparenza delle campagne, la selezione pubblica delle candidature, la responsabilità dei partiti. Ma questo costa fatica. Nominare costa meno.
La scelta che nessuno vuole nominare
Il punto vero, dunque, non è se Salvini, Meloni e Tajani si vedranno oggi, domani o mai. Il punto è se il prossimo Parlamento sarà composto da eletti o da prescelti. Da rappresentanti del popolo o da beneficiari di graduatoria. Da donne e uomini che devono qualcosa agli elettori o da funzionari politici che devono tutto a chi ha compilato la lista.
La disputa sulle preferenze è la disputa sulla dignità del voto. Ogni volta che viene rinviata, annacquata, affidata ai tecnici, il cittadino perde un pezzo di sovranità. Non con un colpo di Stato, certo. Con una formula. Con un comma. Con una soglia. Con un premio. Con un listino. La democrazia italiana non viene aggredita a cavallo, ma corretta in commissione.
E allora l’ironia, qui, fa male. Perché chiamano stabilità ciò che rischia di essere obbedienza. Chiamano governabilità ciò che somiglia a una delega in bianco. Chiamano riforma ciò che potrebbe diventare l’ennesimo trasloco del potere dagli elettori alle segreterie. Dopo trentacinque anni di esperimenti, latinorum e soprannomi da bar costituzionale, forse sarebbe rivoluzionario tornare all’ovvio: chi siede in Parlamento deve poter essere scelto dai cittadini. Non soltanto benedetto dai capi.