Mercoledì sera piazza del Gesù Nuovo, a Napoli, avrebbe dovuto mostrare il volto compatto dell’alternativa al centrodestra. Sul palco c’erano Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, riuniti per inaugurare il percorso politico verso le elezioni del 2027. La manifestazione, però, si è trasformata in un problema politico per l’intera coalizione.
Le contestazioni dei movimenti dei disoccupati e degli attivisti di Potere al Popolo hanno interrotto più volte gli interventi, mentre la partecipazione è apparsa inferiore alle aspettative degli organizzatori. La fotografia dell’unità, cercata dai vertici nazionali, ha finito così per lasciare spazio alle tensioni e alle recriminazioni interne.
Gli avvertimenti rimasti inascoltati
Da giorni esponenti campani del Partito democratico e coordinatori locali del Movimento 5 Stelle segnalavano un clima difficile. Il livello della protesta era cresciuto dopo l’occupazione della sede regionale del Pd da parte dei disoccupati, esasperati per la mancata partenza di un progetto di formazione e inserimento lavorativo.
Anche il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, secondo le ricostruzioni emerse dopo il comizio, avrebbe suggerito di trasferire l’iniziativa in un teatro o in uno spazio più controllabile. I leader nazionali hanno invece confermato la piazza, rivendicando la volontà di portare il programma direttamente tra i cittadini.
La scelta ha prodotto l’effetto opposto. La protesta ha oscurato gran parte dei messaggi politici e ha colpito proprio Napoli, città indicata dal centrosinistra come esempio amministrativo del cosiddetto campo largo. Manfredi, contestato durante la serata, sarebbe rimasto particolarmente irritato per la gestione dell’appuntamento.
La mobilitazione sotto esame
Oltre alla sicurezza, nei partiti è cominciata una verifica sulla capacità di mobilitazione. Le bandiere del M5S sono risultate numericamente più visibili, circostanza che ha alimentato un confronto con gli alleati sulla partecipazione dei rispettivi militanti.
Nel Pd, chi aveva avvertito dei rischi rivendica ora di avere previsto le difficoltà. Anche tra i dirigenti nazionali prevale la convinzione che l’appuntamento sia stato preparato male e che le prossime iniziative debbano essere organizzate con maggiore attenzione al contesto sociale e politico dei territori.
La contestazione è durata circa dieci minuti. Conte ha provato a rivolgersi direttamente agli attivisti, sostenendo il diritto al dissenso e invitandoli al confronto. Il comizio è poi proseguito, ma senza riuscire a cancellare l’immagine di una coalizione costretta a difendersi proprio nella piazza scelta per lanciare la propria offensiva.
Padova diventa il primo banco di prova
Il secondo appuntamento programmatico è previsto a Padova il 15 luglio, ma ai vertici di Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra si valuta un possibile slittamento. La motivazione ufficiale potrebbe essere legata ai lavori della Camera, dove è attesa la discussione sulla nuova legge elettorale.
L’assenza contemporanea dei leader dell’opposizione, tutti deputati, sarebbe politicamente difficile da giustificare durante una battaglia parlamentare considerata decisiva. Un rinvio consentirebbe anche di preparare meglio la manifestazione veneta e di evitare un secondo appuntamento segnato da una partecipazione debole o da nuove contestazioni.
La vicenda di Napoli ha mostrato che la semplice presenza comune dei leader non basta a costruire un progetto riconoscibile. Il campo largo deve ancora trasformare la fotografia di gruppo in un’organizzazione capace di mobilitare elettori, amministratori e realtà sociali senza perdere il controllo della piazza.
Le divisioni sulla politica estera
Alle difficoltà organizzative si aggiungono le tensioni politiche. Dal palco Giuseppe Conte ha sostenuto che la Russia non rappresenta una minaccia tale da giustificare un riarmo generalizzato. Successivamente ha precisato di essersi schierato fin dall’inizio dalla parte dell’Ucraina, ribadendo però la propria contrarietà alla corsa agli armamenti.
Le sue parole hanno riaperto il confronto con l’area riformista del Pd. Giorgio Gori ha ricordato il voto favorevole degli eurodeputati democratici al rapporto sull’Ucraina, chiedendo come quella posizione possa conciliarsi con le dichiarazioni del presidente del Movimento 5 Stelle.
Critiche sono arrivate anche da Pina Picierno, che ha contestato l’assenza di una presa di distanza pubblica degli altri leader presenti sul palco. La questione ricade direttamente su Schlein, chiamata a tenere insieme forze che continuano a esprimere orientamenti differenti su guerra, sicurezza europea e spese militari.
L’uscita di Tabacci e l’offensiva dei centristi
Il passaggio di Bruno Tabacci dal gruppo del Pd al Misto aggiunge un altro segnale di insofferenza. L’ex sottosegretario ha motivato la scelta con la necessità di costruire uno spazio politico alternativo alla destra, ma distinto dall’attuale linea democratica.
Dal fronte centrista, Matteo Renzi, escluso dalla manifestazione napoletana e dalla rappresentazione politica dell’alleanza, ha attaccato la strategia della coalizione, sostenendo che un progressivo spostamento a sinistra non sia sufficiente per conquistare la maggioranza del Paese.
Dopo Napoli, la discussione non riguarda più soltanto la formula del campo largo. Riguarda la sua identità, il rapporto con il disagio sociale e la capacità di affrontare le divisioni interne senza trasformare ogni piazza unitaria in una resa dei conti.