Beatrice avrebbe potuto salvarsi. Sarebbe bastato chiedere aiuto, chiamare un’ambulanza e affidarla ai medici prima che l’emorragia cerebrale diventasse irreversibile. Quella telefonata, secondo la ricostruzione degli inquirenti, non venne fatta. Quando i soccorsi furono infine avvertiti, la bambina di due anni era già morta.

È il quadro che emerge dalle anticipazioni dell’esame autoptico disposto dalla Procura di Imperia sulla piccola trovata senza vita a Bordighera la mattina del 9 febbraio 2026. La causa del decesso sarebbe riconducibile a un’emorragia cerebrale acuta provocata da un trauma alla testa. Un intervento sanitario tempestivo, secondo le prime conclusioni medico-legali, avrebbe potuto modificarne il destino.

In carcere si trovano la madre, Emanuela Aiello, e il suo compagno, Manuel Iannuzzi. Entrambi hanno respinto le contestazioni mosse nei loro confronti. Le responsabilità personali e la qualificazione definitiva dei reati dovranno essere accertate nel procedimento giudiziario, nel rispetto della presunzione di innocenza.

Le ore senza cure

La tragedia si sarebbe consumata durante il fine settimana trascorso in un’abitazione di Perinaldo, nell’entroterra imperiese. Dopo il trauma, le condizioni di Beatrice sarebbero peggiorate progressivamente. La bambina avrebbe perso conoscenza più volte, avrebbe rigurgitato il cibo e sarebbe stata sottoposta a docce fredde nel tentativo di farla riprendere.

Un conoscente della coppia, accortosi che qualcosa non andava, avrebbe suggerito di portarla da un medico. Anche le sorelle della piccola avrebbero riferito agli investigatori degli svenimenti e dei tentativi compiuti in casa per rianimarla. Nonostante quei segnali, nessuno avrebbe richiesto l’intervento dei sanitari.

Secondo gli inquirenti, dietro la mancata chiamata potrebbe esserci stato il timore che una visita ospedaliera facesse emergere i presunti maltrattamenti e provocasse l’intervento delle forze dell’ordine e dei servizi sociali. Una ricostruzione ancora sottoposta alle verifiche della magistratura.

Il quadro emerso dall’autopsia

L’esame eseguito dal medico legale Francesco Ventura, con la partecipazione dei consulenti delle parti, avrebbe rilevato un quadro clinico molto più ampio del solo trauma cranico. Beatrice sarebbe stata affetta da steatosi epatica associata a una prolungata carenza nutrizionale. Gli accertamenti indicherebbero che la bambina non assumeva una quantità sufficiente di proteine da molti mesi.

Sarebbero state individuate anche altre emorragie, una a livello della parete intestinale e una ai reni. La loro origine dovrà essere chiarita nella relazione conclusiva, il cui deposito potrebbe essere rinviato per consentire ulteriori analisi.

Le condizioni dei polmoni avrebbero inoltre fatto emergere una ripetuta esposizione al fumo. Nell’indagine sono già confluite immagini recuperate dal telefono di Iannuzzi, considerate dagli investigatori rilevanti per ricostruire l’ambiente nel quale viveva la bambina. Precedenti atti giudiziari avevano riferito anche di un episodio nel quale Beatrice sarebbe stata esposta al fumo di cannabis.

Il viaggio da Perinaldo a Bordighera

La Procura ritiene che la madre si fosse resa conto del decesso prima di lasciare Perinaldo. All’alba, Beatrice sarebbe stata avvolta in una coperta e sistemata sul sedile posteriore dell’automobile insieme alle sorelle. La famiglia avrebbe poi raggiunto Bordighera, da dove sarebbe partita la chiamata al 118.

Gli investigatori stanno confrontando questa sequenza con le dichiarazioni rese dagli indagati, le testimonianze raccolte, i dati telefonici e il materiale acquisito dai dispositivi elettronici. L’inchiesta è coordinata dal procuratore Alberto Lari e dal pubblico ministero Veronica Meglio.

Il corpo della bambina si trova ancora a disposizione dell’autorità giudiziaria. I funerali potranno essere celebrati soltanto dopo il nulla osta della Procura, quando gli accertamenti medico-legali saranno conclusi.

Le responsabilità da accertare

L’autopsia rappresenta uno degli snodi centrali dell’indagine, ma non stabilisce da sola chi abbia inferto il colpo né consente di attribuire automaticamente le singole responsabilità. Saranno gli esami scientifici, le testimonianze e gli altri elementi raccolti a dover chiarire che cosa accadde nelle ore precedenti alla morte.

Resta, però, il dato più doloroso emerso dagli accertamenti preliminari: davanti al progressivo aggravarsi delle condizioni di Beatrice ci sarebbe stato un intervallo di tempo nel quale un intervento medico avrebbe potuto salvarle la vita. Un tempo trascorso senza che arrivasse la richiesta di aiuto.